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Torre Borraco

Nel Comune di Manduria, nella località di San Pietro in Bevagna, si erge Torre Borraco a circa 200 metri dal mare e a un’altitudine di 14 metri. La torre è stata restaurata.

Da Wikipedia.

Torre Borraco sorge in contrada Bocca di Borraco e prende il nome dall’omonimo ruscello che scorre a circa 240 metri di distanza. La torre, un esempio classico di tipica del Regno, comunicava visivamente a est con Torre San Pietro in Bevagna e a ovest con Torre Moline. Il suo nome subisce variazioni in base alle fonti consultate: Barraco, Burraco o Boraco sono solo alcune di esse.

La Storia

Torre Borraco appartiene a quella serie di torri che furono erette in seguito all’ordinanza del 1563 del vicerè don Perafan De Ribera che, proprio in quel periodo, incrementò di gran lunga il numero di torri costiere sul territorio. La torre fu iniziata dal maestro Virgilio Pugliese e completata da Leonardo Spalletta. Riguardo la sua costruzione, Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti dall’Archivio di Stato di Napoli:

“Il maestro Virgilio Pugliese si è aggiudicato, oltre a quello delle torri di Porto Cesareo e di Ponte di Castiglione, anche l’appalto della torre di Borraco, con l’offerta di 7 carlini la canna della fabbrica. Nel rilasciare al Percettore una «plegeria» di 300 ducati, il 28 aprile 1568 accetta anche le condizioni dell’appalto, nelle quali viene stabilito, tra l’altro, che la torre dovrà essere costruita secondo il disegno dell’ingegnere Giovanni Tommaso Scala e dovrà essere completata entro 9 mesi dal primo maggio prossimo.”

Alla morte di Virgilio Pugliese subentrò il maestro Spalletta, il Cosi (1989) riporta infatti che: “Leonardo Spalletta che, come è già stato detto, è subentrato al defunto Virgilio Pugliese, il 1° luglio 1569 riceve dal Percettore 40 ducati in acconto”. E infine: “Leonardo Spalletta, il 28 aprile 1583 rilascia procura al figlio per riscuotere dalla Tesoreria generale il saldo anche di questa torre.”

Torre Borraco compare in tutta la cartografia antica a partire dal XVII Secolo con i nomi: Buracco, Beraco, de Sorano, Borago, Borajo, Boraggo, Boraco e anche Boraca. Non è presente nell’elenco del vicerè del 1569.

La torre, oltre a comunicare con le vicine Torre San Pietro in Bevagna, con Torre Moline e con le masserie dell’entroterra, presidiava il vicino fiumicello in quanto era molto appetibile per il rifornimento di saraceni e pirati di ogni tipo.

La torre, scampata la minaccia dal mare fu utilizzata fino all’800 dalle Guardie Doganali. Una volta abbandonata, per via degli agenti atmosferici, si stava sgretolando. Era crollato il tetto e all’interno della struttura cresceva spontaneo un albero di fico. Nel 2011 e per i due anni successivi la torre è stata sottoposta a un restauro completo che l’ha riportata al suo antico splendore e alla costruzione ex novo di una scala. Per maggiori informazioni più dettagliate sul restauro: http://www.architetturadipietra.it/wp/?p=5924

Cronologia

1583: torriero Caporale Garzia Francesco.
1695: torriero Caporale di Lauro Vito Antonio.
1777: custodita dagli Invalidi (associazione).
1825: torre in buono stato (Primaldo Coco).
1842: utilizzata dalle Guardie Doganali.
1978: ruderi (ricognizione Vittorio Faglia).
2011: definitivo restauro.
In parte, Vittorio Faglia (1978)

Torre Borraco prima e dopo il restauro a confronto.

Foto di Lorenzo Netti.
Fabio Protopapa (2014).

Torre Borraco negli anni ’70 e ’80.

La prima foto è di Giovanni Cosi (1989), le successive di Marcello Scalzi (1982), l’ultima è tratta dall’opera di Vittorio Faglia (1978).

La Struttura

Torre Borraco è classificabile nella tipologia di tipica del Regno, tronco piramidale a base quadrata (10,30 x 10,20) a tre caditoie per lato con la caratteristica particolare di due feritoie basse su ogni lato e al centro dei barbacani centrali. E’ caratterizzata da spigoli e caditoie in pietre squadrate, mentre le pareti sono costituite da pietre irregolari disposte in corsi.

Contrariamente alle altre torri, a cui si accedeva tramite una scala esterna, a Torre Borraco si arriva al vano interno mediante una serie di aperture posticce aperte in breccia sulla facciata a monte e nella cisterna. L’ingresso originale è a circa 5 metri da terra. Entrando a destra si trovava l’apertura del pozzo, inoltre, ricavati nella parete, i fori a sezione quadrata che convogliavano le acque raccolte dal terrazzo nella cisterna e a sinistra si trovava il camino. La volta che ricopriva il tutto era a botte.

Foto di Gloria Valente.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/6X2k9YCfHHeHDAUW6

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Caprara, A., Crescenzi, C., & Altri (1982). Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto. Firenze-Taranto: Edizioni il David.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

VisitManduria (2020). Torre Borraco. Sito Web.

Torre San Leonardo

Nel Comune di Ostuni, in località Pilone, si erge Torre San Leonardo a 20 metri dal mare e a un’altitudine di 2 metri. Oggi restaurata, nel tempo ha subito diversi rifacimenti.

Dal Sito Cultura Salentina.

Muovendosi da nord verso sud, Torre San Leonardo è la prima torre costiera dell’antica Terra d’Otranto. Comunicava un tempo con Torre Canne in Terra di Bari (oggi scomparsa) a nord e con Torre Villanova a sud. Oggi veglia sulla piccola località balneare di Pilone e sorge isolata su di una piccola penisola. É situata all’interno del “Parco Naturale Regionale Dune Costiere da Torre Canne a Torre San Leonardo”.

La Storia

La “torre del Pilone” fu denominata di San Leonardo in quanto ricadeva nel terreno appartenente all’omonima chiesa, dipendenza dell’importante monastero dei Cavalieri Teutonici di San Leonardo presso Siponto.

Giovanni Cosi (1989) riporta alcuni importanti documenti tratti dall’Archivio di Stato di Napoli. Il seguente fa riferimento alla costruzione della torre, opera del maestro Scipione Lopes:

“Il maestro Scipione Lopes di Gallipoli, in virtù di lettere del 9 settembre 1567 spedite dalla R. Camera (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal viceré delle province di Terra d’Otranto e di Bari, il 9 ottobre 1567 riceve a bon conto dal Percettore provinciale Giovanni Bonori 100 ducati per la costruzione della torre di S. Leonardo.”

Inoltre, il Cosi (1989) riporta alcuni documenti i quali attestano che la torre fosse abbondantemente armata e dunque non aveva solo funzione di avvistamento ma anche di difesa. L’area era altamente suscettibile a scorribande saracene. A conferma di ciò, il Cosi trascrive le parole del Governatore Conte di Macchia il 5 novembre 1579 indirizzate al sindaco di Lecce: “Havendoci la università de la citta di Ostuni fatto intendere che per le aque dolci che sono propinque à la torre di S. Leonardo sita in sua marina sogliono la venire vascelli di turchi e fanno gran danno senza posservi da detta Turre dar oltraggio alcuno à causa che in essa torre non è pezzo di artiglieria […]”.

Quando la torre perse la sua originaria funzione nel XIX Secolo, fu utilizzata come residenza estiva. Tuttora risulta proprietà privata.

Ciccio Fumarola, Instagram (2020)

La Struttura

Non è facile immaginare come Torre San Leonardo sarebbe dovuta apparire al tempo della sua costruzione. La torre è stata completamente rimaneggiata. Il piano superiore non è più quello originario, forse è stato ricostruito. Inoltre, è stata aggiunta una costruzione più recente in lato-monte. L’unica parte originale di quella che oggi appare come (ed a tutti gli effetti è) un’abitazione privata è il basamento inferiore, troncopiramidale, lato-mare della struttura “sul retro”. Tanto da essere ancora visibile il cordolo alla sommità della scarpa.

Anche se molto rimaneggiata da restauri poco rispettosi della sua originaria struttura, la costruzione è ben conservata.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/g7emhFegSU8VoP7J9

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Villaggio Torre San Leonardo (2020). Torre San Leonardo. Sito Web.


Torre Villanova

Nel Comune di Ostuni, nell’omonima frazione, si erge Torre (o Castello) Villanova, a 5 metri dal mare e a un’altitudine di 5 metri.

Foto della Lega Navale Italiana Ostuni.

Torre Villanova, o meglio, il Castello di Villanova, faceva parte di quella serie di fortificazioni difensive preesistenti in Terra d’Otranto, che nella seconda metà del Cinquecento furono ritenute essenziali da parte degli aragonesi e furono comprese nel sistema unitario e ininterrotto di torri costiere. La sua posizione strategica permetteva al castello di difendere non solo il porticciolo ed il piccolo borgo ma anche la vicina città di Ostuni, comunicando con Torre San Leonardo a nord e con Torre Pozzelle a sud.

La Storia

Nel 1182, Tancredi, Conte di Lecce e signore di Ostuni, concesse al vescovo e ai cittadini ostunesi di fondare un centro presso San Nicola di Petrolla e di popolarlo. Nel 1277, Carlo d’Angiò fondò Villanova rimpiazzando la piccola Petrolla.

Nel 1278, in epoca angioina dunque, fu iniziata la costruzione della cinta muraria di Villanova e dopo circa una ventina di anni ebbe inizio l’edificazione del primo nucleo del castello. Purtroppo, per diversi motivi, ben poco resta dell’originale fortezza.

Esistono documenti che testimoniano i nomi di alcuni dei castellani che assunsero il comando della fortezza, fra cui si ricordano Gaspare Petrarolo nel 1463, Cipriano Arsenio nel 1562 e Prospero Idrosio nel 1579.

Giovanni Cosi (1989) riporta alcuni interessanti documenti tratti dall’Archivio di Stato di Napoli, tra cui il seguente:

Giovanni Maria Pilante procuratore dell’Università di Ostuni, in virtù di lettere della R. Camera della Summaria spedite il 29 gennaio 1579 (in Curie 35 fol. 8), il 3 febbraio 1580 riceve dal Percettore provinciale 211 ducati, 1 tari e 16 grane che l’Università ha speso per la riparazione della torre.

Dalla fine dell’Ottocento fino agli anni ’30 del Novecento, la torre è stata usata come presidio militare e quindi manutenuta a cura del Genio civile, sezione fabbricati demaniali. Quando il castello perse la sua funzione, fu abbandonato ed è rimasto in tale condizione fino ai nostri giorni.

Dal sito La Voce di Maruggio

La Struttura

Si tratta più che di una torre, di un vero e proprio fortino. La struttura, seppur molto articolata e distante dalla concezione tipica di torre costiera, presenta similitudini, per certi aspetti, con Torre Santa Sabina o Torre San Pietro in Bevagna con la loro tipica forma a stella a quattro punte. Nel complesso, si distinguono facilmente una base a scarpa con cordolo alla sommità e, a seguire, un corpo verticale. Degni di nota anche alcuni corpi aggiuntivi e una torretta adibita a faro in tempi più recenti. Purtroppo la struttura versa nell’incuria.

Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/23tXDfQQBWU7QVgJ6

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

La Voce di Maruggio (2019). Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello di Villanova (Ostuni). Sito Web.

Wikipedia (2021). Villanova (Ostuni). Sito Web.

Torre Pozzelle

Nel Comune di Ostuni, nell’omonima località, si erge Torre Pozzelle, a 70 metri dal mare e a pochi metri d’altitudine. Il rudere è in parte crollato ma è stato recentemente restaurato.

Foto di Enzo Suma.

Torre Pozzelle (o Pozzella) è inserita in un bellissimo contesto naturale, immersa in un tratto di costa quasi incontaminato, caratterizzato da basse scogliere, macchia mediterranea e piccole insenature. Comunicava visivamente con Torre Santa Sabina a sud e con Torre Villanova a nord.

La Storia

Torre Pozzelle è una torre costiera classificabile come tipica del Regno, la cui origine risale all’Orden General di Perafan De Ribera (1563) che proprio in quel periodo incrementò di gran lunga il numero di torri costiere sul territorio. Nella cartografia antica ha assunto diversi nomi tra cui “Puzzelle”, “Puzzelli”, “Puzzeglie”, “Puzzella” e “de’ Pozzelli”.

Giovanni Cosi (1989) riporta un documento tratto dall’Archivio di Stato di Napoli, a proposito della costruzione della torre affidata a Massenzio Gravili:

“Il maestro Massenzio Gravili di Lecce, in virtù di lettere del 9 settembre 1567 spedite dalla R. Camera (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese del Governatore provinciale, il 3 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 100 ducati a bon conto per la costruzione della torre detta le Puzzelle.”

La torre nel XIX Secolo fu abbandonata nel momento in cui perse la sua funzione originaria. In anni recenti vi sono stati degli interventi di restauro che fortunatamente hanno messo in sicurezza la struttura che versava in stato di degrado e rovina.

Cronologia:

XVI Secolo: compare nella cartografia.
1655: torriero Cap.le Cagnas Sebastiano.
1730: torriero Cap.le Calcagno Giovanni.
1777: custodita dagli Invalidi (associazione).
1842: in abbandono.
1978: censita da Vittorio Faglia.
Faglia (1978)
Vittorio Faglia (1978)
Dal sito AgendaBrindisi.

La Struttura

Torre Pozzelle è un classico esempio di torre tipica del Regno, a base troncopiramidale con tre caditoie in controscarpa, ormai poco visibili. Gli angoli sono caratterizzati da blocchi squadrati e regolari, mentre il resto della muratura è costituito da pietrame informe ma disposto in corsi orizzontali. Sulle pareti vi sono anche evidenti segni di intonaco databile ad epoche passate. Al piano terra vi è tuttora la camera un tempo adibita a cisterna.

Attualmente la torre presenta un ampio crollo nella zona lato nord-ovest che ha messo in evidenza l’interno del piano agibile. I recenti interventi di restauro sono ben evidenti in particolare in parte del coronamento.

Vittorio Faglia (1978)
Dal sito Italiani.it
Dal sito BarbarHouse.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/LaegPFM7dTU6Ze7S7

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Torre Santa Sabina

Nel Comune di Carovigno, nell’omonima località, si erge Torre Santa Sabina ad un passo dal mare.

Torre Santa Sabina caratterizza l’omonima località balneare che col tempo si è sviluppata intorno. Essa comunicava visivamente a sud con Torre Guaceto e a nord con Torre Pozzelle.

La Storia

Torre Santa Sabina fu edificata, con ogni probabilità, tra la fine del XV e l’inizio del XVI Secolo, come torre di controllo del porticciolo, dai feudatari di Carovigno. Nella seconda metà del Cinquecento venne poi acquisita dalla Regia Corte secondo le volontà del viceré don Perafan de Ribera, quando anche le torri preesistenti furono inserite nel progetto unitario delle torri costiere di Terra d’Otranto. 

Giovanni Cosi (1989) riporta il seguente documenti riguardo Torre Santa Sabina:

“Donato Antonio Natali di Galatone caporale della torre Sabina (S. Sabina) nella marina di Carovigno, il 18 maggio 1619 costituisce suo procuratore, presso il notaio Giovanni Domenico Tarentino di Putignano e residente in Carovigno, il conterraneo Sebastiano Mega il quale il 21 ottobre 1619, con atto del notaio Sabatino de Magistris di Galatone, restituisce 20 ducati a Nicola Talà a cui il caporale aveva venduto, con riserva, un giardino che era in comune coi suoi fratelli .

Nella seconda metà dell’Ottocento, scampato il pericolo dal mare, la torre che aveva anche ospitato un ufficio della Regia Dogana, fu abbandonata. Ritornò in mani private nel 1915, quando fu acquistata dalla famiglia Dentice di Frasso che la ristrutturò e la vendette in seguito ad altri privati.

La Struttura

Torre Santa Sabina è una torre ottagonale dalla particolare forma a “cappello da prete” riproducente, in pianta, una stella a quattro punte. Il corpo è a scarpa fino al coronamento merlato, probabilmente rifatto in epoche recenti. Ogni lato del coronamento è connotato da cinque grandi beccatelli ogivali, sovrastati da merli con feritoie.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/TvRPtYTvPkiyzxk86

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Wikipedia (2021). Torre Santa Sabina. Sito Web.

Torre Guaceto

Nel Comune di Carovigno, all’interno dell’omonima Riserva naturale statale, si erge Torre Guaceto, a circa 30 metri di distanza dal mare e all’altitudine di 6 metri.

Da 365 Giorni nel Salento

La torre è la più grande della sua tipologia in Terra d’Otranto. Comunicava visivamente con Torre Testa a sud, con Torre Santa Sabina a nord e con Torre Regina Giovanna nell’entroterra. La torre è inserita all’interno di uno dei più splendidi contesti naturali dell’intera Puglia. La Riserva naturale statale di Torre Guaceto è un’area marina protetta che si impegna a conservare l’ecosistema naturale e la biodiversità del territorio. La Riserva Naturale è anche rinomata per il Centro Recupero Tartarughe Marine intitolato a Luigi Cantoro, storico attivista brindisino del WWF che si è impegnato nella difesa di questo luogo.

La Storia

La denominazione Guaceto deriva dall’arabo “Gawsit” (acqua dolce), infatti, la torre sorge nei pressi di un fiumiciattolo di piccole dimensioni, di acqua sorgiva, tuttora esistente, che attraversa l’intera zona umida fino ad inoltrarsi nell’entroterra. La veridicità dell’origine araba del nome è confermata anche dal fatto che una delle prime testimonianze topografiche della zona risalgono ad una mappa araba del XIII secolo, dove la zona viene indicata come “Gaucito”. La zona infatti conobbe anche una breve occupazione araba (il cosiddetto Emirato di Bari tra l’847 e l’871) prima della riconquista bizantina.

La costruzione di una torre in questo luogo era fondamentale per via delle insenature comode all’attracco di imbarcazioni e della presenza di acqua dolce. Nel 1531 il Marchese Ferdinando d’Alarçon, già incaricato della nuova costruzione del sistema difensivo della città di Brindisi, innalzò una torre su una più antica preesistente che nel 1563 venne completata dal maestro muratore brindisino Giovanni Lombardo.

A tale proposito, Giovanni Cosi nella sua importante opera del 1989 riporta i seguenti documenti:

“Il maestro Giovanni Lombardo di Brindisi, in virtù di lettere del 9 settembre 1567 spedite dalla R. Camera (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal Governatore, il marchese di Capurso, il 3 ottobre riceve dal Percettore provinciale 100 ducati a bon conto per la costruzione della torre detta di Guascito, nella marina di Brindisi.”

Nel periodo successivo alle scorribande saracene, lo scalo ritrovò un’effimera ripresa dei traffici mercantili nel XVIII secolo perché frequentato da Veneziani e poi dagli Spagnoli. Il quadro mutò radicalmente e definitivamente nel XIX secolo, anche in concomitanza dell’abbandono della Via Appia, per la nuova via consolare borbonica che collegava Brindisi a Monopoli, attraverso Carovigno, Ostuni e Fasano. Fu allora che Guaceto divenne un porto deserto, piccolo e mal sicuro, adatto solo ai contrabbandieri.

Alla fine del 1800, fu poi Ernesto Dentice di Frasso, proprietario della zona, a modificare definitivamente la località con la costruzione di un grande canale di bonifica e con la messa a coltura di circa cento ettari di macchia mediterranea e trenta ettari di palude, con l’asportazione di sabbia che serviva al costruendo porto di Brindisi: l’area umida veniva quindi definita nei limiti attuali. Nel XX secolo è stato edificato uno stabile addossato alle mura che ha in parte alterato l’intera struttura (Brindisi Web).

A partire dal 2008, la torre ha subito alcuni interventi di restauro. Attualmente è sede di un osservatorio presidiato dal W.W.F. 

Da Ohga!

La Struttura

Torre Guaceto è la più grande delle torri tipiche del Regno in Terra d’Otranto. Ha pianta 16 x 16 metri all’esterno e 9,50 x 9,50 metri all’interno. Le pareti sono a scarpa all’esterno e verticali all’interno. La torre è munita di archibugiere e di larghe caditoie, tre sul prospetto mare, due sulle pareti laterali ed una sul prospetto interno.

Un tempo al piano terra vi era la cisterna mentre al primo piano vi era il vano agibile. Si accedeva tramite ponte levatoio o scala removibile da quella che è oggi la finestra. Oggi l’ingresso è al piano terra, tramite la più recente costruzione affiancata alla struttura originaria.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/tuQFaPGjskeNDaoe8

Bibliografia:

ArcheoBrindisi (2013). Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Brindisi Web (2007). Monumenti, Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.


Torre Testa

Nel Comune di Brindisi, in località Giancola o Torre Rossa, si erge Torre Testa a 15 metri dal mare e a un’altitudine di pochi metri. Vi sono stati diversi tentativi di restauro ma mai definitivi.

Dal sito Senza Colonne

Torre Testa, anche detta “Torre Testa di Gallico” o “Capogallo”, è situata a 7km lungo la litoranea nord da Brindisi, in una splendida posizione all’estremità di una piccola penisola lontana dalle più recenti costruzioni. Comunicava un tempo con Torre Punta Penne a sud e con Torre Guaceto a nord.

La Storia

Secondo alcuni, il nome “gallico” deriverebbe dalla forma di testa di gallo del promontorio su cui è posta. In realtà, come sottolineato dal sito BrindisiWeb, è più probabile che derivi dal termine Jaddico che, nelle lingue nordiche, significava bosco o foresta.

Come in altri casi in Terra d’Otranto, Torre Testa era posta alla foce di un canaletto, quasi un fiumicello, detto Giancola, dal quale turchi e corsari potevano rifornirsi di acqua dolce per proseguire i loro nefasti viaggi. Di conseguenza, la sua posizione era estremamente strategica.

Torre tipica del Regno, i lavori di costruzione iniziarono nel 1567, in seguito all’Orden General di Perafan De Ribera che proprio in quel periodo incrementò di gran lunga il numero di torri costiere sul territorio.

Torre Testa fu realizzata da Giovanni Maria Calizzi e continuata da Cesare Schero e Marco Guarino di Lecce. A conferma di ciò, Giovanni Cosi (1989) ha riportato i seguenti documenti reperiti dall’Archivio di Stato di Napoli:

“Il maestro Giovanni Maria Calizzi di Brindisi, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal marchese di Capurso, il 3 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 100 ducati a bon conto, per la costruzione della torre detta le Teste de Gallico.”

“Ancora il Calizzi, in virtù di mandato spedito il 30 giugno 1569 dal Governatore provinciale, il giorno successivo (1° luglio 1569) riceve dal Percettore provinciale 22 ducati per la fabbrica della suddetta torre.”

“Dopo 15 anni dall’inizio dei lavori, la Torre non è ancora ultimata ed essendo il maestro Calizzi troppo distante ed in altro occupato, il 30 giugno 1582 affida i lavori di completamento ai maestri leccesi Cesare Schero e Marco Guarino.”

Dal censimento di Vittorio Faglia negli anni ’70 dello scorso secolo, si comprende che la torre versava in pessime condizioni. In anni recenti sono stati effettuati dei necessari interventi di messa in sicurezza e di recupero, purtroppo lasciati incompleti ed insufficienti.

Cronologia:

1569: esistente secondo l’elenco del vicerè.
1582: torriero Caporale Chiabrera Jouan.
1590: torriero Caporale Parescia Consavo.
1596: torriero Caporale Perez Francesco.
1696: torriero Caporale Pinto Donato.
1727: torriero Caporale Santoro Pietro.
1777: custodita dagli Invalidi (associazione).
1825: in cattivo stato (secondo Primaldo Coco).
1842: abbandonata.
1978: ruderi (censimento di Vittorio Faglia).
Faglia (1978).
Vittorio Faglia (1978), lato costa-monte.
Vittorio Faglia (1978), lato nord.
Tiziana Balsamo, Instagram (2021)

La Struttura

Torre Testa è una torre classificabile come tipica del Regno. Essa è caratterizzata da pianta quadra, corpo troncopiramidale e originariamente tre caditoie per lato. Tutte le pareti sono in tufo e nel tempo sono state corrose dal mare ma anche manomesse dagli uomini. Nella parte originale della torre si nota bene il pietrame non regolare utilizzato. All’interno vi era una volta a crociera, un camino e un vano sopra la porta per salire al terrazzo.

Come spesso accade, è crollata la volta del piano agibile superiore. Alcune impalcature sono state montate per prevenire un ulteriore crollo. Il lato nord risulta il più danneggiato. Sono ben riconoscibili i nuovi rifacimenti di muratura che hanno (in parte) messo in sicurezza la torre.

Dal sito BrindisiWeb.
Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/zZMvHLfjYDC6URBT7

Bibliografia:

Brindisi Web (2007). Monumenti, Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Torre Punta Penne

Nel Comune di Brindisi, nella località di Punta Penne, si erge l’omonima torre, a 50 metri dal mare e all’altitudine di 3 metri. Il rudere è in discrete condizioni.

VolgoBrindisi, Instagram

Torre Punta Penne, o semplicemente Torre Penna, comunicava visivamente con le difese della città di Brindisi a sud e con Torre Testa a nord. Sorge a Punta Penne o Capo Gallo. Il paesaggio costiero è di tipo roccioso con piccole insenature caratterizzate da lidi sabbiosi, basse scogliere, calette e ampi tratti di macchia mediterranea, ma purtroppo fortemente abbandonato a se stesso. Anche la torre versa in una condizione di degrado.

La Storia

Indicata da tutta la cartografia antica, la torre esisteva già prima dell’ordinanza vicereale con la quale, nel 1563, per volontà del vicerè Duca d’Alcalà don Perafan de Ribera, venne ricostruita. La ricostruzione vide impegnato nei lavori, almeno nel 1568, il maestro muratore brindisino Giovanni Parise (lo stesso che terminò i lavori di Torre Mattarelle). Le spese di riparazione di muratura e di falegnameria rimanevano accollate all’Università di Brindisi.

Vicino a Torre Penna, nel 1676 sbarcarono due galere turche e saccheggiarono cinque delle limitrofe masserie spingendosi sino alla Madonna del Casale. Nello stesso anno, una galera turca, sbarcò nella zona compresa tra Torre Penna e Torre Testa, facendovi dodici schiavi dalle vicine masserie. Questi due eventi dimostrano così l’inefficienza della cortina vicereale.

Nel corso del 1800 fu costruito affianco anche un faro, adesso non più presente. La torre fu riutilizzata dalla Guardia di Finanza negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale che intervenne rimuovendo brutalmente buona parte dell’intera struttura che originariamente era molto più alta. Purtroppo, oggi rimane solo la scarpata. Nell’area circostante viene poi realizzata una batteria militare denominata “Menga” con la presenza anche di una polveriera.

In anni più recenti, il Gruppo Archeologico Brindisino ha installato nei pressi di Torre Punta Penne e Torre Testa, un pannello illustrativo che racconta la storia delle torri, sia in lingua italiana che in inglese. Inoltre, sulle torri sono stati apposti degli striscioni con su scritto “AIUTATEMI A NON CROLLARE”.

Dal sito BrindisiWeb

La Struttura

Torre Punta Penne è caratterizzata da una pianta quadrata. La base della torre troncopiramidale è stata secondo Vittorio Faglia (1978) probabilmente svuotata in un secondo tempo. Gli spigoli sono costituiti da pietre regolari e le pareti da pietre non regolari. La scala esterna al primo piano, in parte ricavata nel basamento, è di epoca successiva in quanto, originariamente, si accedeva con scale rimovibili. In origine verosimilmente era classificabile come torre tipica del regno. All’interno vi sono due locali per piano. La rara cartolina d’epoca che ritrae la torre prima di essere troncata lascia pensare che essa abbia subito diversi rifacimenti sia in epoche passate che più recenti.

Torre Penna nel 1970, dal libro di Vittorio Faglia (1978)
Immagini tratte dal libro di Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/f9KEWS7SJmjbwHv68

Bibliografia:

ArcheoBrindisi (2013). Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Brindisi Web (2007). Monumenti, Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.





Torre Mattarelle

Nel Comune di Brindisi, nella località di Punta Mattarelle, si ergeva l’omonima torre, a un’altitudine di circa 10 metri. É quasi del tutto crollata a causa dell’erosione del mare.

Dal sito BrindisiWeb
Roberto Trinchera, Facebook, 2020

Torre Mattarelle comunicava visivamente a nord con Torre Cavallo, non più esistente, e a sud con Torre San Gennaro, anch’essa crollata. La torre, purtroppo rappresenta un monumento perso irrimediabilmente. Ciò che resta oggi del rudere a picco sul mare, sostenuto da una terra morbida e friabile, è visibile recandosi nei pressi della centrale ENEL in località Cerano e percorrendo dei sentieri che portano alla costa.

La Storia

Indicata in antichità anche con i nomi “T. della Punta delle Mattarelle”, “Matrelle”, “Mattarelli” e “Matarelli”, compare nella cartografia a partire dal XVI Secolo.

La sua costruzione cominciò nel 1567, sotto la guida del maestro muratore brindisino Virgilio Pugliese e i lavori furono continuati nel 1569 da Giovanni Parise, impegnato anche su Torre Penna. Le spese di riparazione in muratura e di falegnameria rimanevano di competenza dell’Università di Brindisi. A riguardo, Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti dall’Archivio di Stato di Napoli:

“Il maestro Virgilio Pugliese di Brindisi, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal Governatore provinciale, il 6 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 100 ducati a buon conto per la costruzione della torre di Matrelle.”

“Il maestro Giovanni Parise di Brindisi, in virtù del mandato spedito il 29 giugno 1569 dal Governatore provinciale, il 1° luglio 1569 riceve dal Percettore provinciale 104 ducati per la fabbrica della torre detta Matrella.”

Lo stesso Cosi (1989) riporta un documento per il quale “Bernardo Romano di Napoli, caporale della torre Le Matrelle della comarca di Lecce, non potendo attendere al servizio della torre per le sue infermità, il 30 luglio 1702 rinuncia alla sua piazza in favore del congiunto Oronzo Marsilio di Alessano, persona <<abile, atta e sufficientissima>> al detto servizio, avendolo istruito per molto tempo nella torre.”

Altre fonti ci narrano del tenente Gennaro Ripa il quale racconta che il 22 settembre del 1787 all’interno della torre morì un soldato, tale Giuseppe Migliorino, che fu seppellito dietro la torre “e costretto a custodirla anche dopo la propria dipartita” (ArcheoBrindisi).

Intorno agli anni ’80, Torre Mattarelle subì un crollo devastante quando il morbido terreno sottostante franò per via dell’erosione del mare che man mano farà precipitare ciò che rimane di quella che un tempo era una splendida costruzione.

Torre Mattarelle vista da Vittorio Faglia (1978) a sinistra e da Giovanni Cosi (1989) a destra. A conferma che il crollo avvenne negli anni ’80.

La Struttura

Torre Mattarelle era un esempio classico di torre tipica del Regno. Fondamentale è la descrizione di Vittorio Faglia (1978) che ha l’opportunità di ammirarla nella sua interezza alcuni anni prima che franasse la terra sottostante: “In pietrame, spigoli a conci regolari, pareti in pietra irregolare disposte a corsi orizzontali. Crollata la volta a botte, semplice e in tufi regolari, lo spigolo a monte-Sud e quasi due lati. Visibilissimo lo scarico nella cisterna. Attacchi delle caditoie partono da un cordolo di appoggio. La cisterna è in spessore di muro verso monte. La roccia tenera su cui è fondata la torre è stata asportata dal mare nello spigolo mare-nord. Copertura in chianche sezionata.”

Al giorno d’oggi (2021), della torre a pianta quadrata troncopiramidale con caditoie in controscarpa, resistono solo poche vestigia dell’angolo nord-ovest.

Dal sito ArcheoBrindisi
Dal sito ArcheoBrindisi
Torre Mattarelle nel 2007, BrindisiWeb
Dal sito BrindisiWeb

Dove si trova: https://goo.gl/maps/vigqmkA4hyL3LPuv7

Bibliografia:

ArcheoBrindisi (2013). Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Brindisi Web (2007). Monumenti, Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Torre San Gennaro

Torre non più esistente.

Dal sito SalentoaColory.it

Torre San Gennaro si ergeva un tempo nell’omonima località, oggi marina del Comune di Torchiarolo. Crollò definitivamente agli inizi del ‘900 probabilmente a causa delle ripetute mareggiate che avevano danneggiato la struttura ancora ben visibile nella rara fotografia d’epoca in alto. Comunicava visivamente a sud con Torre Specchiolla e a nord con Torre Mattarelle.

Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti tratti dall’Archivio di Stato di Napoli:

Il maestro Scipione Scura di Squinzano, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal Governatore provincia le, il 3 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 150 ducati a buon conto per la costruzione delle torri di S. Gennaro e della Specchiulla.”

“Ortensio Chirizzi di Torchiarolo, cavallaro nella guardia di S. Gennaro, il 19 agosto 1567 riceve dal Percettore provinciale 28 ducati per il servizio di vigilanza prestato dal 1 gennaio al 31 luglio 1567.”

“Donato Mascio di Squinzano, cavallaro come sopra, il 20 agosto 1567 riceve dal Percettore provinciale 20 ducati per il servizio di vigilanza prestato dal 1° marzo al 31 luglio 1567.”

“Ortensio Chirizzi e Donato Mascio, tramite il loro procuratore Donato Antonio Rapanà cavallaro ordinario sollecitatore dei cavallari e guardie, il 18 settembre 1567 ricevono il salario del mese di agosto 1567.”

Dove si trovava: https://goo.gl/maps/bWBiTUnftxLU569L7

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Torre Rinalda

Torre Rinalda, il cui rudere è stato recuperato, si erge nel Comune di Lecce, sul livello del mare.

Emanuele Stifanelli, Flickr.

Torre Rinalda comunicava visivamente a nord con Torre Specchiolla e a sud con Torre Chianca. Ormai quasi a ridosso del mare per via dell’erosione del litorale sabbioso, la torre ha dato il nome all’omonima località balneare sviluppatasi attorno. É presente in tutta la cartografia antica a partire dal XVII secolo, col nome di “Torre della Rinalda”.

La Storia

La costruzione di Torre Rinalda fu opera del maestro Nicola Saetta di Lecce, come testimoniato da un documento del 2 ottobre 1567, citato dal Cosi (1989) e dal De Salve (2016), che riporta dei 200 ducati che Saetta ricevette dalla Regia Camera per la costruzione della stessa.

Riporta il Cosi: “Il maestro Nicola Saetta di Lecce, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal marchese di Capurso, il 2 ottobre 1567 riceve dal Percettore 200 ducati a buon conto per la costruzione di tre torri, nelle marine di Lecce e Squinzano, nei luoghi detti Raynalda, Vienneri e la Chianca.”

Tra gli altri documenti citati dal Cosi vi sono i seguenti:

“Andrea Perefuan, nominato caporale della torre Rinalda dal vicere Alfonso Pimentel y Herrera con lettere patenti spedite da Napoli il 31 maggio 1607 (Reg. tas in Patentium 1° turrium f.° 49), il 9 agosto 1608 si dimette dall’incarico essendo da molti mesi ammalato nella torre.”

Giovanni Vincenzo Rucco di Nardò, caporale della torre di Rinalda, e Angelo Zacheo di Martano, caporale della torre dello Scorzone (S. Caterina), il 1° agosto 1609 si scambiano le torri (con richiesta di R. Assenso), perché a nessuno dei due è favorevole il clima della torre finora occupata.”

Torre Rinalda fu censita in buone condizioni nel 1825 e nel 1842 risultava ancora in uso dalla Guardia Doganale. Fu restaurata nel 2001 perché gravemente danneggiata dai fenomeni atmosferici e dall’azione del mare. Tuttavia necessiterebbe di maggiori tutele in quanto il livello del mare si avvicina progressivamente, mettendo dunque in forte rischio la struttura.

Giovanni Cosi (1989)

La Struttura

La torre, classificabile come tipica del Regno, appare oggi in discrete condizioni perché fortunatamente restaurata. Rimane del suo grande rudere l’intero basamento scarpato oltre a un’ampia parte del piano agibile. Presenta una struttura troncopiramidale a base quadrata e venne innalzata utilizzando blocchi di carparo regolari. Sono ancora ben visibili due feritoie in lato mare e lato costa-nord. Inoltre è visibile una parte della volta a botte del piano agibile, ormai quasi completamente crollata. La parte superiore è completamente diroccata. Probabilmente presentava dodici caditoie, tre per lato.

Dal sito Robintur.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/T4udYakyMXVqztDH6

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Wikipedia (2020). Torre Rinalda. Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Rinalda

Torre San Cataldo

Questa torre non è più esistente.

Cartografia antica tratta dal sito Fondazione di Terra d’Otranto (vedesi bibliografia).

La Storia

Fu edificata probabilmente nel XV secolo nella zona del porto antico “presso un’acqua sorgente che a scalaggio de nimici et che se ne può servire un’armata potente“. Fu restaurata dal leccese Giovanni Tommaso Garrapa, affidatario dei lavori. II Garrapa, nell’esecuzione, fu tenuto alla stretta osservanza che il suo operato fosse conforme al disegno del Regio Ingegnere Tommaso Scala. I lavori sarebbero dovuti terminare entro quattro mesi dal 15 aprile 1568.

I termini furono disattesi per via di una serie di logoranti complicazioni, non ultima, la morte di Giovanni Tommaso Garrapa. I lavori furono completati da Giovanni Angelo Garrapa (subentrato al fratello insieme ad altri soci) e saldati dalla Regia Corte il 2 giugno 1583 (De Salve).

Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti: “Il maestro Giovanni Angelo Garrapa, il 12 dicembre 1580 dichiara che negli anni scorsi, assieme a suo fratello Giovanni Tommaso, fece partito con la R. Corte per le fabbriche delle torri di S. Cataldo, di Roca Vecchia e de l’Urso alias Creta Russa. Essendo stati i lavori compiuti, nonostante la morte di Giovanni Tommaso, e <<cannigiati> (misurati a canne) dal R. Protomastro provinciale, dovendo riscuotere il saldo dei lavori, costituisce suoi procuratori i maestri Marco Guarino e Martino Cayzza. Ancora il 14 aprile 1581 il Garrapa deve rilasciare procura al Cayzza per riscuotere presso la R. Camera la differenza a saldo per le tre torri.”

Successivamente “I soci dell’appalto delle tre torri il 2 giugno 1583 dichiarano d’aver ricevuto tutto il denaro dovuto dalla R. Corte e che è stato diviso in parti uguali a tutti gli aventi diritto.”

San Cataldo, l’antico Porto di Adriano, scalo portuale di Lecce in epoca romana, disponeva di una fortezza ora scomparsa. Infatti, nel tomo di Antonio De Ferraris, noto come Il Galateo: De situ Yapygiae, pubblicato a Basilea nel 1553, è riportata la seguente frase che per ragioni di comodità traduciamo in Italiano dall’originale in Latino:“Chi procede da lì per 10 miglia s’imbatte nel castello che prese il nome da San Cataldo, antichissimo arcivescovo dei Tarantini, per il fatto che egli provenendo dall’oriente toccò dapprima questi luoghi, dove c’è anche un piccolissimo tempio a lui dedicato. Gualtiero fondò anche questo castello per emporio dei Leccesi più vicino alla città […]”.

Consultare anche https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/

Il Gualtiero cui si accenna era uno dei Conti di Lecce, appartenente alla famiglia de Brienne, ed il castello in questione doveva essere più probabilmente una torre, forse più imponente delle altre disseminate lungo la costa, infatti in un altro testo manoscritto dei primi anni del XVII secolo: I Castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611, è riportato: “La Torre di S. Cataldo sta in funzione di guardia di un molo […]” ed il suo armamento nel 1610 consisteva in quattro pezzi di artiglieria leggera tipici dell’epoca rinascimentale: “Tre falconetti” e “Uno sparviero”. (Corriere Salentino).

Era indicata in tutta la cartografia antica, a partire dal XVII secolo come castello. Su più recenti tavole dell’istituto Geografico Militare sono invece distinti sia il faro, sia i ruderi, evidentemente riferiti alle vestigia della torre e dei quali oggi non è rimasta traccia (De Salve).

Comunicava visivamente a sud con Torre Specchia Ruggeri e a nord con Torre Veneri.

Dove si trovava: https://goo.gl/maps/M2nomz65FzFLFUat5

Bibliografia:

Corriere Salentino (2020). Alla scoperta del Salento: la scomparsa Torre di San Cataldo. Link: https://www.corrieresalentino.it/2020/08/alla-scoperta-del-salento-la-scomparsa-torre-di-san-cataldo/

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Fondazione Terra d’Otranto (2015). I castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611: TORRE DI SAN CATALDO (5/6). Link: https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/

Fondazione Terra d’Otranto (2017). Lecce: il porto di S. Cataldo era così al tempo di Adriano? Link: https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

Torre Specchia Ruggeri

Nel Comune di Melendugno, in località di Torre Specchia, si erge Torre Specchia Ruggeri a pochi metri dal mare e a 5 metri di altitudine. Il rudere è in stato di abbandono.

Fernando Venuti, Facebook (2020)

Torre Specchia Ruggeri comunicava visivamente a sud con Torre San Foca e a nord con Torre San Cataldo (oggi scomparsa). Il rudere, che ha subito molte modifiche nel tempo, domina uno splendido tratto di costa ancora incontaminato e facilmente raggiungibile dalla litoranea che conduce da San Cataldo a San Foca. Per quanto riguarda il suo nome, la presenza di “specchie” nel territorio salentino ha influenzato anche la toponomastica, tant’è che “Specchia” è appunto un toponimo che deriva dal latino spècula, termine con cui si indicava un luogo, spesso elevato, dotato di visuale privilegiata e utilizzato come osservatorio.

La Storia

La torre compare in tutta la cartografia antica a partire dal XVI secolo ed è indicata inizialmente come “Torre di capo dello Specchio”. Non vi sono notizie specifiche sull’identità del costruttore. Risulta già esistente nel 1569, secondo gli Elenchi dei Viceré.

Dalla documentazione riportata da Giovanni Cosi (1989), la torre fu indicata come “Torre di Specchia de Ruggero, sita nella marina detta Saso e in territorio del Casale di Vanze”. In questi registri militari inoltre, si registra la presenza di un primo corpo di guardia dal 1° dicembre 1566. Il drappello è composto da tre cavallari: Balli Calà di Acquarica di Lecce, Donato Garrofalo di Vanze e Cesare Longo. Rientrava, infatti, nella giurisdizione territoriale dell’Università di Acquarica di Lecce. Lo spagnolo Giovanni Sanchez fu il primo caporale, pagato 8 ducati a bimestre.

La torre, dopo gli importanti interventi di consolidamento del costone roccioso che la ospita, eseguiti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, periodo a cui si deve anche la costruzione del vistoso corpo a due piani aggiunto all’originaria struttura, è in discrete condizioni. Le stanze aggiuntive erano destinate inizialmente ad abitazione del custode. Successivamente è stata sede di un presidio del Corpo Forestale dello Stato sino agli anni ’70 e ’80 del Novecento. In seguito, fu abbandonata.

La Struttura

La torre presenta pianta quadrata, con le caratteristiche costruttive delle torri tipiche del Regno è però priva di caditoie. Secondo il Faglia (1978), è possibile ipotizzare che siano state abolite completamente, durante uno dei possibili restauri, perché danneggiate o crollate. Oltre al corpo aggiuntivo addossato alla torre, sono leggibili tracce di rifacimenti, dal coronamento alle finestre ad arco sui due lati costa, oltre a quelle di un’apertura in lato mare. Non è possibile vedere l’originaria porta levatoia in lato monte proprio per l’edificio aggiuntivo costruito a ridosso della torre. 

Dove si trova: https://goo.gl/maps/dFCFfg1r7Ma3aY4Q9

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Visit Melendugno (2020). Torre Specchia Ruggeri. Sito web.

Torre San Foca

Nel Comune di Melendugno nell’omonima località si erge torre San Foca, a 15 metri dal mare e a un’altitudine di 5 metri. La torre fu restaurata ed è oggi utilizzata dalla Capitaneria di Porto.

Fabio Protopapa (2014)

Torre San Foca comunicava visivamente con Torre Roca Vecchia a sud e con Torre Specchia Ruggeri a nord. Un tempo sorgeva isolata, oggi domina il grande porto turistico e peschereccio dell’omonima marina. Nel territorio di Melendugno, Torre San Foca è l’unica ad aver ricevuto un restauro recente, che permette una visione unitaria dell’edificio, a differenza di Torre Roca Vecchia e Torre dell’Orso, compromesse dall’erosione del vento.

La Storia

Torre San Foca, conosciuta anche come “Torre di San Fucà” o “di Capo di Sapone”, fu costruita nel 1568 dal maestro Antonio Saponaro di Lecce, come risulta dal seguente documento del 2 ottobre 1567 riportato da Giovanni Cosi (1989): 

“Il maestro Antonio Saponaro di Lecce, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito dal Governatore provinciale il 27 dello stesso mese, il 2 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 150 ducati a buon conto per la costruzione della torre nella marina di Acquarica di Lecce, in luogo detto Sapone e della torre nella marina di Otranto in luogo detto Fiumicelli.”

“Il maestro Antonio Saponaro, l’8 giugno 1568, costituisce suo procuratore Marcello Buttazzo per la riscossione degli acconti dovutigli dalla R. Corte per la costruenda torre Santa Focà alias Sapone.” (Cosi, 1989).

Torre San Foca è indicata da tutta la cartografia antica a partire dal XVI secolo, è presente negli Elenchi dei Viceré già nel 1569. Fu censita in buono stato nel 1825 e risultava ancora in uso nel 1842 dalla Guardia Doganale. La torre è stata restaurata alla fine del XX secolo ed ospita oggi gli uffici della Capitaneria di Porto. Il suo restauro però è stato considerato da molti come “invasivo”, ovvero fatto con criteri discutibili, in contrasto con il metodo di restauro conservativo.

Torre San Foca prima del restauro.

La Struttura

Torre San Foca rientra nella categoria di torri tipiche del Regno. Presenta dunque una base quadrata e con corpo troncopiramidale, formata da due piani sovrapposti voltati. Il piano terra era utilizzato come cisterna, mentre il piano superiore era costituito dal vano agibile. La muratura esterna, costruita in conci regolari di tufo, è lievemente scarpata. A differenza di altre torri tipiche del Regno, manca la controscarpa alle caditoie. Queste, tre per lato, sono ricavate in spessore di muro, come nella gemella Torre dell’Orso. Il restauro ha purtroppo cancellato molte delle tracce delle origini ma ha consentito di salvare la struttura rendendola utilizzabile.

Fotografando Lecce e il Salento, Facebook

Dove si trova: https://goo.gl/maps/Ypp4nQuM8bSVhSrGA

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Torre Vado Info (2020). Torre San Foca. Sito Web.

Visit Melendugno (2020). Torre di San Foca. Sito Web.

Wikipedia (2020). San Foca (Melendugno). Sito Web.

Torre Roca Vecchia

Nel Comune di Melendugno, nell’omonima località, si erge Torre Roca Vecchia a pochi metri dal mare e a un’altitudine di 6 metri. Il rudere è stato recuperato.

Foto di Alfonso Zuccalà.

Torre Roca Vecchia si erge su un piccolo isolotto, nei pressi di Roca, rinomata località per gli importanti scavi archeologici e per la presenza della famosa Grotta della Poesia, meta turistica soprattutto d’estate. Immersa nella bellezza di questo tratto di costa caratterizzato da un mare cristallino, la torre comunicava a sud con Torre dell’Orso e a nord con Torre San Foca, entrambe molto simili per caratteristiche. In passato era conosciuta anche come “Torre di Maradico”, termine corrispondente alla dizione dialettale di “malarico”, che sta ad indicare la natura umida e paludosa della zona circostante. 

La Storia

Si racconta che nel XIV secolo, il conte Gualtiero di Brienne decise di edificare in questo luogo una cittadella fortificata, attratto della sua posizione strategica, e la chiamò Roche, da cui Roca. Gli abitanti di Roca (Vecchia) dopo l’assedio di Otranto del 1480, fuggirono da questo luogo e fondarono il piccolo villaggio di Roca Nuova. Numerose abitazioni furono abbandonate alla ricerca di rifugi più sicuri anche nell’entroterra. Quando la torre fu edificata nel 1568, la città medievale era già da tempo abbandonata e in rovina.

Fu costruita dal maestro Giovanni Tommaso Garrapa al quale fu ordinato che i lavori terminassero entro sei mesi a partire dal 15 aprile 1568 e che si attenesse, come da prassi, al progetto del Regio ingegnere Giovanni Tommaso Scala. Di fatto, la costruzione della torre dopo varie vicende fu ultimata solo molto tempo dopo dal fratello, Giovanni Angelo e fu saldata dalla Regia Corte il 2 giugno 1583. Nel 1576 Antonio Tamiano, procuratore dell’Università di Roca, la munì di un moschetto da una libbra, ricevuto dal sindaco di Lecce.

Nel 1639, il torriero Agostino Lopes a causa dell’età avanzata, rinunciò alla sua carica in favore di Carlo Viglialovos figlio di Giovanni, un milite del Castello di Lecce: “Lo spagnolo Agostino Lopes, caporale della torre di Roca vecchia, non potendo più attendere al servizio della torre, per la sua età di circa 80 anni, il 1° maggio 1639 rinuncia alla sua carica in favore di Carlo Viglialovos, figlio del fu Giovanni già milite del R. Castello di Lecce. Carlo è abile al servizio, essendo stato per molti mesi istruito da Agostino.” (Cosi, 1989).

La torre è indicata in tutta la cartografia antica a partire dal XVI secolo, inizialmente coi nomi di “Torre di punta Rocca Vecchia” o “Torre de Voga” ed è presente negli Elenchi del Vicerè del 1569. Essa rimase attiva per circa due secoli. All’inizio del XIX secolo fu censita in cattivo stato e nel 1842 risultava abbandonata perché diroccata. Il rudere è stato recentemente oggetto di importanti interventi di consolidamento.

Da Fotografando Lecce e il Salento, Facebook

La Struttura

Torre Roca Vecchia è un bellissimo esempio di torre tipica del Regno nonostante il suo stato attuale di rudere. Molto simile per caratteristiche alle vicine Torre dell’Orso e Torre San Foca anche dal punto di vista dei materiali adottati, la sua struttura troncopiramidale a pianta quadrata, ospita al piano terra una grande cisterna un tempo utilizzata per la raccolta dell’acqua. Il primo piano è costituito dal vano abitabile e vi era anche un camino. L’ingresso era raggiungibile con scale a pioli mobili.

Sono crollati, del piano agibile lato monte nord, parte del tetto e due pareti adiacenti. Rimangono tuttora tracce del coronamento di caditoie a filo dei paramenti e una finestra originale. In lato mare, sono distinguibili i barbacani in controscarpa. Il materiale calcareo che la costituisce è pesantemente deteriorato ma il recente intervento di restauro ha fortunatamente messo in sicurezza la struttura.

Luca Candito.
Piero Maraca.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/FkuU4QPqVdvwe5Fw7

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Visit Melendugno (2020). Area archeologica di Roca Vecchia. Link: https://www.visitmelendugno.com/dettaglio/punti-interesse/storia-e-cultura/area-archeologica-di-roca-vecchia/

Wikipedia (2020). Roca Vecchia. Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Roca_Vecchia

Torre Santo Stefano

Nel Comune di Otranto, in località Baia dei Turchi, si ergeva Torre Santo Stefano a 30 metri dal mare e a un’altitudine di 13 metri. Il rudere, quasi del tutto scomparso, si trova all’interno di una proprietà privata.

Vittorio Faglia (1975)

Torre Santo Stefano comunicava un tempo a sud con le fortificazioni di Otranto e a nord con Torre Fiumicelli. Si ergeva molto vicina al mare e dominava la splendida Baia dei Turchi. Purtroppo, quasi del tutto scomparso.

La Storia

L’edificazione della torre risale al 1567, a conferma, in un documento del 9 settembre dello stesso anno, Paduano Baxi di Lecce riceve 100 ducati per la costruzione della Torre di Santo Stefano. Questa, esistente nel 1569, secondo gli Elenchi dei Vicerè, è indicata da molti documenti e in tutta la cartografia antica dal XVI secolo in poi, inizialmente come “Torre del porto di Santo Stefano” e poi “Torre di Santo Stefano”.

Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti dall’Archivio di Stato di Napoli:

“Il maestro Paduano Baxi di Lecce, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal Governatore provinciale, il 3 ottobre 1567 riceve dal Percettore 100 ducati a buon conto per la costruzione della torre di S. Stefano.”

“Il procuratore della città di Otranto Geronimo Centoarti, il 3 ottobre 1576 riceve dal sindaco di Lecce Gaspare Maremonte un pezzo di artiglieria detto mezzo falconetto, della portata di 2 libbre, lungo 6 palmi e mezzo, del peso di 2 cantare e 68 rotoli e 100 palle di ferro, per armamento della torre.”

“Il sindaco di Specchia dei Galloni Felice Notarpietro, il 7 febbraio 1604 rilascia procura a Giovanni Angelo Vitale U.I.D. per farsi rimborsare dalla R. Camera quanto l’Università ha pagato, per più mesi ed anni, ai cavallari della Torre, come da dichiarazioni del sopra-custode Nicola Suarez e da ricevute degli stessi cavallari.”

La torre risultava in buone condizioni nel 1825, tanto da essere ancora utilizzata nel 1842 dalle Guardie Doganali. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu danneggiata. Il definitivo crollo avvenne alla fine del XX secolo quando la torre, custodita all’interno di un villaggio turistico, fu abbandonata a se stessa senza che nessuno si occupasse dei necessari interventi.

Cronologia:

1569: Esistente secondo l’Elenco del Vicerè.
1575: Torriero Caporale Mandossino Francesco.
1582: Torriero Caporale Palma Cristoforo.
1655: Torriero Caporale De Fuentes Pedro.
1697: Torriero Caporale Giannocculo Francesco Antonio.
1777: Custodita dagli Invalidi (associazione).
1825: Censita in buono stato.
1842: In uso dalle Guardie Doganali.
1945: Risulta danneggiata durante la guerra.
1975: Censita da Vittorio Faglia (foto in alto).
Anni 2000: Cumolo di macerie.

Nell’immagine a sinistra (Vittorio Faglia, 1975) si nota un importante dettaglio dell’interno della torre, con scala e finestrelle feritoie. L’immagine al centro raffigura il rudere prima del crollo definitivo. A destra infine, le rovine della torre come appaiono ai nostri giorni.

La Struttura

La torre fu descritta nel seguente modo nel 1975, quando ancora il rudere era in discrete condizioni: “Rimangono in piedi solo due spigoli contrapposti della torre: monte-costa sud e mare-costa nord. Il primo moncone è il più interessante. Base tronco-piramidale con cordolo marcapiano e corpo parallelepipedo di un piano. Coronamento distrutto. Rimane ben sezionata la muratura a corsi anche interni regolari e una scaletta interna in luce. All’esterno la costruzione è in blocchi regolari di carparo. Due finestrelle originali il lato costa sud” (Vittorio Faglia).

Torre Santo Stefano, a base quadrata, presentava caratteristiche simili alla torri edificate dallo Stato della Chiesa, integrate con quelle delle masserie fortificate dell’entroterra. Quasi del tutto scomparsa e nascosta dalla vegetazione, sono rimaste solo alcune tracce del basamento scarpato e del piano agibile verticale, oltre ad indistinte macerie dalle quali si percepisce la grandezza della torre in origine.

Le successive foto d’epoca sono tratte dal libro di Giovanni Cosi (1989) indicato in bibliografia.

Il modesto rudere oggi:

Dove si trova: https://goo.gl/maps/AfXdYU5KXQbMfe2E8

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Torre Palascìa

Torre non più esistente.

Torre Palascìa si ergeva sul promontorio più orientale d’Italia, Capo d’Otranto. La sua posizione la rendeva di enorme importanza strategica per l’avvistamento di pericoli provenienti dal mare.

Agibile nel 1569 secondo gli Elenchi del Viceré, era menzionata in tutta la cartografia antica a partire dal XVI secolo. Fu indicata inizialmente come “Torre di Capo della Pelliccia”, poi “Torre Pelagia”, “de Palegia”, “di Pelgia”, “Palanda” e infine “Palascìa”.

Giovanni Cosi (1989) riporta un interessante documento: “Francesco Antonio Antonino di Minervino, caporale della torre «Pelagia», in solido con suo padre Agostino, il 12 marzo 1672, prende in affitto una masseria dell’abate Carlo Guarini dei baroni di Poggiardo.”

Scomparso il pericolo turco, la torre fu abbandonata e nel giro di pochi decenni andò in rovina. Nel 1869, fu definitivamente demolita per far posto alla costruzione del rinomato faro. La torre era posta probabilmente più in alto rispetto al faro, forse dove oggi sorge l’edificio dell’Aeronautica Militare.

Della torre non ci sono più tracce, Si può immaginare, per collocazione, che fosse rotonda piccola della serie di Otranto. Comunicava un tempo a sud con Torre Sant’Emiliano e a nord con Torre dell’Orte.

Dove si trovava: https://goo.gl/maps/7dWwpkDwkvbKoSqd6

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

365 Giorni nel Salento (2020). Torre Palascia. Sito Web.

Torre Minervino

Nel Comune di Santa Cesarea Terme, nella località di Villaggio Paradiso, si erge Torre Minervino a 100 metri dal mare e a un’altitudine di 60 metri. Il rudere è stato recuperato.

Da Quarta Caffè, Facebook

Sicuramente tra le torri più pittoresche, in un luogo molto suggestivo, Torre Minervino si erge alta sulla costa rocciosa, facilmente raggiungibile dalla litoranea. La posizione di Torre Minervino permetteva di osservare Torre Porto Badisco (oggi scomparsa) a nord e Torre Specchia la Guardia verso meridione. Assieme, il complesso delle tre torri garantiva una pressoché totale copertura dello spazio costiero. Da Torre Minervino, scrutando verso nord, si vedono anche Torre Sant’Emiliano e punta Palascia.

La Storia

La torre compare negli Elenchi dei Vicerè nel 1569 con il nome di “Torre del Porto Raso”. Successivamente, nella cartografia antica, compare con i nomi di “Torre del Porto Rosso”, “Torre di Porto Fondo”, e a partire dal XVIII secolo, come “Torre del Vento”. Fu indicata infine come “Torre Minervino” ed è con questo nome ad essere conosciuta tuttora.

Non si conoscono epoca e circostanze sulla sua costruizione. Si sa per certo che fu edificata nel XVI secolo, a difesa dell’entroterra dalle insidie provenienti dal mare. É così chiamata perchè fu l‘Universitas di Minervino a contribuire alle spese per la sua realizzazione.

Giovanni Cosi (1989) riporta un’interessante documento che regala uno spaccato di vita quotidiana: “Cataldo Accoto, caporale della torre di Porto Russo, cioè di Minervino, e Innocenza Calso stipulano il 25 aprile 1572, i capitoli del loro matrimonio, stando nella casa del futuro sposo, sita in Minervino nel luogo detto «La Curte delli Sciausi, o Scelsi, o Scieli”.

Cronologia:

1569: Esistente secondo l’Elenco del Vicerè.
1587: Data per crollata per via di “mala fabbrica”.
1655: Torriero Caporale Guasta Francesco Antonio.
1703: Indicata dal Pacichelli.
1730: Torriero Caporale Aprile Marco.
1777: Custodita da un torriero temporaneo.
1825: Censita in buono stato.
1842: Abbandonata perché diruta.
2009-10 ca: il rudere subisce due interventi di restauro.
Vittorio Faglia (1975), escluso ultimo rigo.

Torre Minervino come appariva prima del suo restauro.

Torre Minervino dopo il primo restauro (2009 circa), sicuramente poco gradito, tanto da essere modificato poco tempo dopo.

Come appare Torre Minervino oggi, dopo gli accurati rifacimenti.

La Struttura

La torre presenta un alto corpo scarpato troncoconico dal diamentro di circa 9 metri alla base. Presenta un modesto cordolo, nel coronamento a scarpa minore. In quest’ultimo, fragili barbacani rifatti vogliono rievocare la presenza di piombatoie controscarpate (De Salve). Vittorio Faglia, nel 1975, già dubita che essi possano essere originari.

La muratura è abbastanza irregolare e alterna pietre piccole a pietre più grandi. Particolarmente modesto lo spazio agibile all’interno della torre stessa, motivo per cui si ritiene che le sentinelle non vi alloggiassero, ma si dessero piuttosto il cambio per i turni.

Torre Minervino vista dall’alto.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/Z5VkTe31TpuJFE3P6

Bibliografia:

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Viaggiare in Puglia (2020). Torre Minervino. Sito Web.

365 Giorni nel Salento (2020). Torre Minervino. Sito Web.

Torre Capo Lupo

Nel Comune di Diso, nella frazione di Marittima, si erge Torre Capo Lupo a 450 metri dal mare e a un’altitudine di 105 metri. Il rudere è all’interno di una proprietà privata.

Giulia Fersini (2020).

La torre fu indicata nella cartografia antica inizialmente col nome di “Torre della Cala del Lupo”. Successivamente, fu conosciuta anche come “Torre di Marittima” o semplicemente “Torre Lupo”. La più a sud tra le torri rotonde piccole della serie di Otranto, Torre Capo Lupo comunicava inizialmente solo con le fortificazioni di Castro, ma in seguito comunicò anche con Torre Diso a nord e Torre Porto di Ripa a sud, costruite più tardi.

La torre sorge isolata su una notevole altura, in un luogo incantevole e quasi incontaminato. Essa domina l’intero tratto di costa rocciosa che va dalla baia di Castro fino a Marina di Andrano. 

La Storia

Non esistono notizie certe riguardo l’edificazione di Torre Capo Lupo. Si pensa che la costruzione della torre risalga alla fine del XV oppure agli inizi del XVI Secolo, pochi anni dopo la battaglia di Otranto. Questo farebbe di Torre Capo Lupo una delle più antiche della zona. 

La torre compare in tutta la cartografia antica a partire dal XVI secolo. Esistono delle testimonianze storiche riportate da Vittorio Faglia (1978), Giovanni Cosi (1989) e Vittorio Boccadamo (1983) grazie alle quali si può risalire ai nomi di alcuni dei caporali che hanno prestato servizio presso la torre: Giovanni Urso fino al 1617, Leonardo Forte nel 1672, Giuseppe Danesi nel 1762. Successivamente, il Faglia (1978) accenna ad un torriero interino che, nel 1777, aveva bisogno di risarcimenti. Pochi anni dopo, come tutte le torri costiere, essa fu dismessa.

Esistono poi testimonianze confuse e contrastanti, per le quali la torre nel 1800 risultava distrutta dalle flotte navali inglesi durante il Blocco Continentale napoleonico, nel 1825 invece, si rivelava ancora in buone condizioni. In una successiva ricognizione del 1842, Torre Capo Lupo è abbandonata perché “angusta e poco diruta”.

Un tempo Torre Capo Lupo sorvegliava le sorgenti d’acqua dolce che si trovano all’interno di Seno dell’Acquaviva, dove turchi e corsari facevano spesso rifornimento per proseguire i loro nefasti viaggi.

Non abbiamo trovato certezze per quanto riguarda l’origine del nome della torre. Boccadamo (1983) ritiene che il nome “Lupo” non faccia riferimento all’animale, forse mai stato presente in zona. Piuttosto, Lupo poteva essere il nome del costruttore, o forse, l’originario proprietario della collina su cui essa sorge, tenuto conto che il nome di persona Lupo era abbastanza comune nel Cinquecento.

Oggi la torre è di proprietà privata e in stato di abbandono.

Giulia Fersini (2020)

Torre Capo Lupo vista da Giovanni Cosi nel 1989

La Struttura

Torre Capo Lupo appartiene alla tipologia di torri “a pianta circolare piccole della serie di Otranto.” Queste torri risultano essere tra le prime costruite, probabilmente in seguito all’eccidio del 1480 a Otranto, per l’urgenza di difendersi dalle minacce turche. In generale esse sono composte da una base troncoconica in pietrame e da un corpo cilindrico con all’interno un unico ambiente voltato, possedevano una dimensione minima per l’alloggiamento di una vedetta. La loro struttura è giustificata principalmente da necessità di urgenza ed economia.

Torre Capo Lupo si presenta ai nostri giorni come un’affascinante rudere. Il suo basamento di forma troncoconica integro, privo di aperture, ha diametro di circa 9 metri e un’altezza di 7,20. A divisione del basamento ed il piano agibile vi è un ricco cordolo con fascia orizzontale in pietra squadrata. Il piano agibile, che è la parte della torre più danneggiata dai crolli, consiste in un corpo cilindrico che si sviluppa verticalmente. Ancora visibile all’interno, l’attacco della volta del locale quadrato in conci regolari e lavorati ad angolo nello spigolo.

Foto di Giulia Fersini (2020).
Foto di Maria Cristina Fersini (2017).

Dove si trova: https://goo.gl/maps/yrZp2TDsnxUrBVip8

Bibliografia:

Boccadamo, V. (1983). Marittima. Ambiente e Storia. Galatina: Congedo Editore.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Tricarico, G. (2020). Le fortificazioni litoranee di Terra d’Otranto: una panoramica sulle torri costiere della provincia di Lecce. Sito Web.

Nel Comune di Tricase, nella località di Marina Serra, si erge Torre Palane a pochi metri dal mare e a un’altitudine di 10 metri. La torre è stata recentemente restaurata.

Da Wikipedia.

Presente nella cartografia antica con diversi nomi, Torre Palane fu indicata inizialmente come “Torre di Punta di Plano”, “Torre Piana”, “Torre di Palena”, “Torre di Plano”, “Torre de Plane” e anche “Torre di Pallana”.

Comunicava visivamente a sud con Torre Nasparo e a nord con Torre Porto di Tricase (non più esistente). Costruita a pochi metri dalla rinomata “piscina naturale”, l’incantevole insenatura di Marina Serra.

La Storia

Già esistente nel 1569 secondo gli elenchi dei Vicerè, è inoltre presente in altri documenti e in tutta la cartografia antica con diversi nomi a partire dal XVI secolo. Risultava in cattive condizioni nel 1825 e abbandonata nel 1842 (De Salve).

Giovanni Cosi (1989) riporta alcuni documenti dall’Archivio di Stato di Napoli nei quali vengono riportate prevalentemente le paghe dei torrieri e caporali:

“L’Università di Tricase, il 4 maggio 1584, nomina due procuratori leccesi per riscuotere dal Percettore, quanto da essa già pagato, per i primi quattro mesi dell’anno, al caporale ed ai soci della Plana.”

“Francesco Barragane, caporale e Pietro Barracane, socio della torre detta Plane in territorio di Tricase, il 10 giugno 1588 ricevono dall’Università di Tricase, rispettivamente 20 ducati e 12 ducati e mezzo per i primi cinque mesi dell’anno.”

“Giovanni Battista Micetto, caporale e Lupo Antonio Micetto, socio e custode ordinario della Torre, il 5 gennaio 1607 nominano un procuratore per riscuotere il salario del mese di dicembre scorso: ducati 4 per il caporale e ducati 2,5 per il socio.”

“Il sindaco di Tricase Antonio Simeone, il 16 maggio 1614 incarica un procuratore dell’Università di prelevare la polvere per munizione della Torre.”

Il sindaco di Tricase Giulio Cesare Micetto, il 16 settembre 1618 rilascia procura a Gaspare Brizio per ricevere dal Percettore, in base al mandato di Antonio de Mendoza capitano generale in questa provincia, il rimborso di 13 ducati che l’Università ha già pagato al caporale della torre Plane Giovanni Battista Micetto ed al custode Florio Arseni, per il loro salario dei mesi di giugno-agosto.”

Recentemente è stata restaurata ed è di proprietà demaniale.

Da Rete Comuni Italiani.

La Struttura

Torre Palane è una torre quadrangolare, una struttura simile a quella delle torri delle masserie fortificate diffuse nell’entroterra. Dunque molto atipica in confronto alle altre torri costiere. Ha un basamento leggermente scarpato, con accesso recente in lato nord. Oltre il toro marcapiano, si sviluppa verticale il corpo del piano agibile fino al coronamento, sostenuto da beccatelli, e con una sopraelevazione a monte (probabilmente più recente). É presente una piombatoia che proteggeva la porta levatoia d’accesso (oggi una finestra).

Dove si trova: https://goo.gl/maps/jqjATYpDgLqJQRHo7

Bibliografia:

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Torre Nasparo

Nel Comune di Tiggiano, a ridosso della litoranea Otranto-Leuca, si erge Torre Nasparo a 300 metri dal mare e a un’altitudine di 130 metri. Essa è diroccata nella parte superiore.

Giulia Fersini (2020)

Nel corso dei secoli ha assunto diverse denominazioni: “Torre della cala di Rizzano”, “Torre di Tiggiano”, “de Lissiano”, “Figiano”, “Lizzano”, “Naspade”, “Naspre”, “Naspere”, “Torre di Naspre”, “Torre de Naspre”, “Naspara” ed infine “Nasparo”. La torre, immersa in uno splendido paesaggio e sfiorata dalla litoranea Otranto-Leuca, comunicava visivamente con torre Palane a nord e torre Specchia Grande a sud.

La Storia

La torre di Tiggiano viene segnalata da tutte le cartografie e da molti documenti esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, ed è proprio da questi che si ricava la notizia della sua costruzione, avvenuta per ordine del Duca di Alcalà nel 1565; successivamente viene pure menzionata nel 1569 nell’elenco delle Torri della Regia Corte. I governanti spagnoli fecero pesare l’onere del mantenimento delle torri direttamente sulle popolazioni, tramite la riscossione di tasse, le cosiddette “impositioni”, che ciascun “fuoco” doveva pagare alla Regia Corte. Per quanto riguarda Torre Nasparo, in un libro dell’abate Pacichelli del 1877, sappiamo che si doveva pagare al Bargello ogni mese “grana due e cavalli diege”.

Da uno dei documenti citati si sa che il primo torriero della torre Nasparo, nominato nel 1583 fu il caporale spagnolo Gio. Martinez. Nel 1585 viene fatta una stima della torre da parte dei funzionari spagnoli. Nel 1595 risulta essere terriero Ludovico Ernandez, nel 1609 il caporale Gio. Garcia.

Di seguito alcuni di questi documenti riportati da Giovanni Cosi (1989):

“L’Università di Caprarica del Capo, il 13 novembre 1595 rilascia procura a Pietro Agello di Lecce ed a Francesco Antonio Vincenti di Tricase, perché la difendano nella causa che ha presso la R. Udienza contro l’Università di Lucugnano, circa il pagamento da effettuarsi ai custodi della torre detta di Naspre, sita nel territorio di Tiggiano.”

“Lupo Antonio Luca di Tiggiano, inquisito dalla Corte di Tricase, per stupro commesso in persona di Palma Garzia figlia del caporale della Torre, lo spagnolo Domenico, e di Lucrezia de Duigna, il 22 dicembre 1602 viene condannato a risarcire il danno arrecato.”

Dopo aver svolto la sua funzione di vedetta per la quale venne costruita, nel 1777, Torre Nasparo fu affidata alla custodia degli Invalidi, un’associazione assistenziale, ma la torre subì dei crolli e divenne presto inabitabile.

Attualmente la torre è di proprietà demaniale, ma concessa in gestione al Comune di Tiggiano.

Vittorio Faglia (1975)

La Struttura

Torre Nasparo si presenta oggi come un notevole rudere, si può ancora ammirare gran parte del basamento scarpato fino al cordolo e sopra di questo, un grande frammento del corpo cilindrico del piano agibile. Il rudere è stato ben recuperato e consolidato da alcuni interventi risalenti agli ultimi decenni del XX secolo.

Torre Nasparo ha una base troncoconica, il cui diametro è di 11 metri, dal cordolo in su assume una forma cilindrica. Fu costruita con pietre non squadrate e con dime verticali in conci regolari. Dal cordolo in su esistono conci regolari esterni, almeno per la parte ancora esistente. Secondo Vittorio Faglia, i conci regolari esterni nel frammento superstite più alto potrebbero essere il frutto di un vecchio restauro. Dal piano agibile si può intravedere all’interno una cisterna di circa 4 x 4 metri, con una copertura a botte e le tracce di un colatoio scavato all’interno.

Giulia Fersini (2020)

Torre Nasparo vista dall’alto.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/3wJZMdSMKStQFfXK6

Bibliografia:

Comune di Tiggiano (2020). Comune di Tiggiano: Da visitare. Sito Web.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Torre Specchia Grande

Nel Comune di Corsano, nell’omonima località, si erge Torre Specchia a circa 330 metri dal mare e a un’altitudine di 130 metri. Recentemente restaurata, essa è in concessione al Comune.

Giulia Fersini (2020)

La torre si erge su di un bellissimo spazio panoramico, in un ambiente ancora rurale, su di un alto promontorio, davanti ad una serie di terrazzamenti con uliveti e macchia mediterranea. Da qui partono gli antichi sentieri della Via del Sale. La torre comunicava visivamente a sud con Torre del Ricco e a nord con Torre Nasparo.

La Storia

Torre Specchia Grande fu edificata dall’Università di Corsano, probabilmente nel 1563. Segnalata nella cartografia antica a partire dal XVII secolo, altri documenti ancora ne confermano la sua presenza come riporta il De Salve. Uno di questi, datato il 21 marzo 1584, riferisce di “217 ducati che l’Università ha speso negli anni scorsi nella fabbrica fatta nella torre detta di Specchia Grande”. La somma, interamente a carico della Regia Corte, venne poi recuperata dalla stessa Università grazie all’interessamento di Ortensio Tarantino di Poggiardo, che per questo impegno ricevette 60 ducati, rilasciando quietanza.

Da alcuni documenti rinvenuti dallo studioso Giovanni Cosi (1989) e riportati dalla Caterina Ferrara (2009), la notte del 10 novembre 1626 il caporale Angelo Licchetta, in servizio presso la torre, venne ucciso da un fulmine. La torre risultava ancora in uso dalla guardia doganale nel 1842.

Di fianco, quasi addossata alla torre, è presente una ex caserma militare, anch’essa per molto tempo abbandonata ma oggi recuperata. L’ex caserma fu utilizzata come deposito e avamposto bellico, negli anni della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Esiste una comunicazione, riportata dal De Salve, del 23 gennaio 1925 dell’Ufficio del Registro che sottolinea l’importanza strategica della torre, “servendo la sommità della torre come segnale geodetico della Carta dello Stato Maggiore dell’Esercito”.

Grazie al progetto del federalismo culturale da parte dell’Agenzia del Demanio, Torre Specchia Grande è oggi un centro di informazione e accoglienza turistica, dove avvengono laboratori di educazione ambientale per le scuole, eventi culturali, musicali, artistici di ogni tipo, mostre ed altre iniziative come, ad esempio, lezioni di cucina anche a livello internazionale. Tutto questo, nel 2016, ha valorizzato il complesso immobiliare costituito dalla torre costiera e dall’ex caserma militare risalente ai primi anni del Novecento. Un bellissimo esempio di come l’interesse da parte della cittadinanza e delle istituzioni possa vincere contro l’abbandono ed il degrado.

Dal libro di Vittorio Faglia (1975)

La Struttura

Torre Specchia Grande è una torre a base circolare. Di essa rimane solo il basamento scarpato, privo di aperture, fino al cordolo e un lembo di piano agibile che attualmente però funge da parapetto al terrazzo di copertura. La torre è stata, nel corso degli anni, intonacata e modificata, tanto che non è più distinguibile il suo aspetto originario. Anche la scala, addossata alla muratura esterna è stata realizzata in epoca successiva.

Nel ‘900, in tempo di guerra, fu costruito al centro del terrazzo un corpo cilindrico da utilizzare come piano agibile. Questo, ancora visibile nelle foto d’epoca, fu rimosso durante un restauro negli anni ’80.

Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/7Y5TE92urRwT8D436

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Torre Specchia Grande (2020). Torre Specchia Grande. Link: http://www.torrespecchiagrande.it/it/

Torre S.M. di Leuca

Questa torre non è più esistente.

Si ipotizza che Torre S.M. di Leuca (detta anche Torre Nuova) fu edificata nel 1565. Di questa torre, voluta da Filippo II Re di Napoli su Punta Meliso, presumibilmente demolita nel 1864 per far posto al faro, è sparita ogni traccia.

Un documento del 1587 (citato da Cosi, 1989 e De Salve, 2016) attesta che il tricasino Francesco Antonio Vincenti, con procura dell’Università di Montesardo fu incaricato di recuperare dalla Regia Corte le spese sostenute dalla stessa Università per la costruzione della torre.

Tra i diversi documenti riportati da Giovanni Cosi (1989) sicuramente il più interessante è il seguente: “Onofrio Greco di Salignano, castellano della torre detta di S. Maria de Finibusterre, in territorio di Salignano, e Ludovico Camisa, tenente in guerra in detta marina, il 9 aprile 1710 dichiarano che il giorno prima verso le due di notte udirono diverse cannonate e moschettate in alto mare. Dopo un’ora e mezzo comparve un caicco con tredici veneziani i quali, sbarcati, riferirono d’essere stati assaliti da una tartana corsara che prese il loro bastimento e tre dell’equipaggio. Ai malcapitati non restò altro che prendere la via per Venezia.”

La torre, indicata da molti documenti ed in tutta la cartografia antica a partire dal XVII secolo, come riporta il de Salve, è stata delineata in uno schizzo dello storico Primaldo Coco nei primi decenni del XX secolo, simile alla torre dell’Omomorto.

Si ritiene che sorgesse nella zona dell’odierno faro, a destra verso l’Adriatico. Comunicava visivamente ad ovest con Torre dell’Omomorto e a nord con Torre Montelungo, anch’essa oggi scomparsa.

Dove si trovava: https://goo.gl/maps/JxPNoJmjcqm3kKVx5

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Torre dell’Omomorto

Nel Comune di Castrignano del Capo, nella frazione di Santa Maria di Leuca si erge Torre dell’Omomorto a circa 50 metri dal mare e a un’altitudine di 11 metri. Il rudere versa in stato di abbandono.

Anche detta Torre Vecchia, perchè la prima tra le torri di Leuca (per distinguerla dalla nuova, oggi demolita per far posto al faro), fu detta dell’Omomorto (dell’Huomini Morti o Domini Morti) in riferimento a dei ritrovamenti di resti umani nelle vicine grotte. Sorge su un suggestivo promontorio un tempo isolato, ma ormai accerchiato dall’abitato. Comunicava a ovest con Torre Marchiello e ad est con Torre S.M. di Leuca.

La Storia

Citata in alcuni documenti ed in tutta la cartografia antica a partire dal XVI secolo, è menzionata esistente nel 1569 negli elenchi dei Viceré. Luigi Tasselli la data al 1555 ad opera di Andrea Gonzaga, Conte di Alessano nel 1560.

Nella seconda metà del XVII secolo, quando era considerata ancora valida come torre di difesa dalle frequenti incursioni, fu prontamente riparata dopo un crollo probabilmente dovuto a causa di eventi atmosferici. A conferma di questo, esiste un documento riportato da Giovanni Cosi (1989).

Il Cosi scrive “Verso la metà di febbraio del 1694, per le continue piogge e per la neve abbondante e per i forti venti, crolla la muraglia della Torre verso tramontana, con la gettarola in corrispondenza della porta, per circa tre passi di muro. La Torre, che, armata di un cannone di tre libbre di palla (in sostituzione della prima arma della portata di due libbre), potrebbe non solo impedire lo sbarco dei nemici, ma anche danneggiarli, ora è inabile a difendersi dai corsari nel caso tentassero lo sbarco. Il caporale Domenico Greco di Salignano ed il sopra guardia Diego Brigante di Racale, il 20 marzo successivo al crollo, si recano a Lecce dal Capo-Rota e vice Preside della Provincia Giovanni Battista Ravaschiero per presentare rispettivamente un memoriale ed una relazione. Il Ravaschiero dà ordini al segretario Nicolò Serra di spedire le istruzioni per il restauro della Torre all’Università di Giuliano, ma costui fa presente che, essendo la spesa superiore a dieci ducati, bisogna avvertire Sua Eccellenza. Il caporale, poiché si avvicina il tempo della nuova navigazione ed i corsari possono tentare uno sbarco, a discarico di sua responsabilità, il 5 aprile dello stesso anno fa un atto pubblico in cui dichiara quanto sopra.”

La torre, pur trovandosi nelle pertinenze di Castrignano del Capo, è sempre stata mantenuta dall’Università di Giuliano. Non si conosce il motivo per cui il Governatore della provincia dette l’incarico del restauro della muraglia all’Università di Castrignano. Il maestro Giuseppe Nicolardi di Alessano, il 31 agosto 1696 dichiara di essere stato chiamato dal sindaco di Castrignano Pietro Ciaccia per proseguire i lavori di restauro già iniziati dall’Università di Giuliano e di averli terminati in 27 giorni col concorso di altri tre maestri e 15 manovali (Cosi, 1989).

Nel 1846, come ricorda l’Arditi, la torre venne disarmata.

Foto tratta dalla Pagina Facebook: Fotografando Lecce e il Salento

La Struttura

Torre atipica e possente, è classificata come torre a martello (tipologia dalle caratteristiche di fortezza difensiva). Ha dimensioni notevoli, il basamento scarpato ha muraglie spesse quasi 5 metri e diametro di circa 16 metri. All’interno di questo, si aprivano quattro troniere (quella in lato costa-nord oggi risulta sostituita da una porta d’accesso). Oltre il cordolo a circa 4 metri di altezza, si sviluppa un tozzo corpo cilindrico che si conclude come massiccio coronamento del terrazzo di copertura. É dotata di un ambiente interno voltato a cupola. Nello spessore delle mura è ricavata una scala che conduce alla sommità della torre.

Nelle foto di inizi Novecento si può notare una scala monumentale di pietra, costruita in epoche successive ma da tempo ormai rimossa.

La torre oggi, in abbandono e pericolante, ma ancora fruibile, manifesti i segni di vari, rimaneggiamenti ormai anch’essi poco distinguibili (pare ci sia stato un’opera di consolidamento nel 1987).

Dove si trova: https://goo.gl/maps/3WmfEs8AFFzsRGLi9

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Torre Vado

Nel Comune di Morciano di Leuca, nell’omonima località, si erge Torre Vado a meno di 10 metri dal mare e a un’altitudine di 5 metri. Fu restaurata e rimane tuttora proprità privata.

Torre Vado, che da il nome alla località che si è sviluppata intorno, comunicava visivamente a sud con Torre San Gregorio (oggi scomparsa) e a nord con Torre Pali. Mutua il suo nome dal latino vadum (guado) per la costa dove sorge, facilmente accessibile dal mare.

La Storia

Edificata nel XVI secolo, in alcuni documenti e nella cartografia è menzionata con nomi diversi a partire dal XVI secolo, inizialmente come “Torre della Cala del Patto”, poi come “Torre di Marciano”. Torre Vado risulta esistente nel 1569. Essa ricopriva un ruolo esemplare, in quanto era una delle tipiche “torri cavallare”, per via del cavallo impiegato dal corriere per allertare i paesi vicini, della potenziale minaccia di attacco da parte dei pirati.

Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti di ordinaria amministrazione:

“Il sindaco di Morciano Giovanni de Judicibus, il 30 agosto 1608 rilascia procura a Luca Antonio Lisgara per farsi rimborsare dal Percettore il denaro che l’Università ha pagato al caporale della torre detta Mafanto.”

“Lo spagnolo Francesco Rezio caporale della torre marittima di Morciano, dovendo restituire 40 ducati a Michele Diaz del Gado sapraguardia della marina di Gallipoli avuti in più riprese al tempo delle rivoluzioni di questo Regno quando dalla R. Corte non poteva giungere il salario, il 12 febbraio 1650 gli rilascia procura per farsi rimborsare i 40 ducati da Francesco Parata di Racale caporale della torre detta la Suda, debitore del Rezio.”

Fu abbandonata nel 1842. Nel 1930 è stata acquistata da privati e snaturata dal successivo restauro.

Da SalveWeb.it

La Struttura

La torre a base circolare, oggi rivestita e intonacata di bianco, dimostra come un tempo ci fosse poca attenzione nei confronti di questi beni, anche in fase di restauro. Conserva ancora la tipica struttura con zoccolo scarpato del diametro di 12 metri, definito da un cordolo su cui si eregge il corpo cilindrico dell’originario piano agibile. Il coronamento, sostenuto da piccoli beccatelli, ospita due piccole piombatoie e si completa con dei merli, ripetuti sulla garitta. Questi merli, insieme a delle finestre e altre aperture, appartengono ad un periodo successivo.

Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/ZHUw7rZLwZupYTqYA

Bibliografia:

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.