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Torre Moline

Nel Comune di Maruggio, in località Campomarino, si erge Torre Moline a 100 metri dal mare e a 5 metri d’altitudine. La torre è stata restaurata.

Da Wikipedia.

Torre Moline è situata nel pieno centro di Campomarino, la località balneare che le si è sviluppata attorno, in Piazzale Italia. Comunicava un tempo ad ovest con Torre dell’Ovo e a est con Torre Borraco.

La Storia

Torre Moline non appare nell’elenco del Vicerè del 1569. Dai documenti depositati presso l’archivio di Stato di Napoli, nel 1583 è indicato come torriero il caporale Francesco De Carbuines a testimonianza che in questa data la torre fosse già operativa. La torre fu indicata nella cartografia antica con vari nomi, ad esempio “Torre la Molinella”, “Torre delle Molinelle”, “delle Moline”, “de Molino”, “de Molini”. Il suo nome si riconduce al fatto che in questo luogo si tagliavano, dagli scogli del mare, le pietre che poi sarebbero servite per i “molini” ovvero i mulini.

Torre Moline nel giugno 1637, fu protagonista di un grave attacco. Numerosi pirati, giunti a bordo di sette galee, sbarcarono nei pressi della torre ma non si ebbe modo di frenare l’incursione tant’è che essi depredarono il villaggio di Maruggio razziando cose e persone.

Nel 1730, uno degli ultimi torrieri fu il caporale Geremia Cappetelli. Nel 1825, la torre venne censita in cattivo stato e nel 1842, risultava abbandonata.

Negli anni 1969-1970 il Ministero dei Lavori Pubblici, Genio Civile di Taranto, abbatté i nuclei aggiuntivi addossati alla torre che in quell’occasione fu anche restaurata. Per molti anni versò in condizioni di abbandono per poi essere riqualificata, risultando oggi in condizioni accettabili, tanto da essere utilizzata come ufficio di informazioni turistiche.

Nelle seguenti fotografie realizzate da Marina Gargiulo, tratte dal libro “Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto“ si notano le condizioni in cui versava la struttura nel 1982, prima che fosse riqualificata.

La Struttura

Torre Moline si discosta leggermente dalla categoria di torre tipica del Regno (come lo è invece la vicina Torre Borraco) essendo sprovvista di caditoie e beccatelli. Naturalmente, non si può definire per certo se essa sia stata originariamente edificata secondo questo schema o se nei secoli sia stata gradualmente rimaneggiata, magari per problemi di deterioramento del coronamento.

Torre Moline è caratterizzata da pianta quadrangolare (10,75 x 10,60 m. circa), struttura troncopiramidale e vani interni con lato inferiore ai 6 metri. Il materiale usato per la sua costruzione, come in alcune altre torri del litorale tarantino, è il blocco di tufo regolare.

La porta d’ingresso è stata probabilmente aperta in epoca successiva alla costruzione. In passato, si accedeva al vano agibile, ovvero al primo piano, tramite una scala esterna facilmente rimovibile. Si nota infatti un’accesso a quota 6,15 metri che oggi pare una finestra. Il collegamento dal primo piano al piano terra era reso possibile da una scala interna. Il piano terra fungeva nella maggior parte dei casi da cisterna.

Adiacente alla parete costa sud-ovest, fino al 1969 circa, sorgeva un fabbricato ad un piano, in diretta comunicazione con i due vani della torre. Esso fu abbattuto da un frettoloso restauro e le due porte dei due piani che collegavano la torre con la costruzione, furono integralmente murate.

Nelle seguenti planimetrie e sezioni realizzate da Marina Gargiulo, tratte dal libro “Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto“ del 1982. Si nota a sinistra il piano terra; a destra invece, il piano agibile.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/psygnTDnXknPybXU7

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Caprara, A., Crescenzi, C., & Altri (1982). Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto. Firenze-Taranto: Edizioni il David.

Torre Borraco

Nel Comune di Manduria, nella località di San Pietro in Bevagna, si erge Torre Borraco a circa 200 metri dal mare e a un’altitudine di 14 metri. La torre è stata restaurata.

Da Wikipedia.

Torre Borraco sorge in contrada Bocca di Borraco e prende il nome dall’omonimo ruscello che scorre a circa 240 metri di distanza. La torre, un esempio classico di tipica del Regno, comunicava visivamente a est con Torre San Pietro in Bevagna e a ovest con Torre Moline. Il suo nome subisce variazioni in base alle fonti consultate: Barraco, Burraco o Boraco sono solo alcune di esse.

La Storia

Torre Borraco appartiene a quella serie di torri che furono erette in seguito all’ordinanza del 1563 del vicerè don Perafan De Ribera che, proprio in quel periodo, incrementò di gran lunga il numero di torri costiere sul territorio. La torre fu iniziata dal maestro Virgilio Pugliese e completata da Leonardo Spalletta. Riguardo la sua costruzione, Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti dall’Archivio di Stato di Napoli:

“Il maestro Virgilio Pugliese si è aggiudicato, oltre a quello delle torri di Porto Cesareo e di Ponte di Castiglione, anche l’appalto della torre di Borraco, con l’offerta di 7 carlini la canna della fabbrica. Nel rilasciare al Percettore una «plegeria» di 300 ducati, il 28 aprile 1568 accetta anche le condizioni dell’appalto, nelle quali viene stabilito, tra l’altro, che la torre dovrà essere costruita secondo il disegno dell’ingegnere Giovanni Tommaso Scala e dovrà essere completata entro 9 mesi dal primo maggio prossimo.”

Alla morte di Virgilio Pugliese subentrò il maestro Spalletta, il Cosi (1989) riporta infatti che: “Leonardo Spalletta che, come è già stato detto, è subentrato al defunto Virgilio Pugliese, il 1° luglio 1569 riceve dal Percettore 40 ducati in acconto”. E infine: “Leonardo Spalletta, il 28 aprile 1583 rilascia procura al figlio per riscuotere dalla Tesoreria generale il saldo anche di questa torre.”

Torre Borraco compare in tutta la cartografia antica a partire dal XVII Secolo con i nomi: Buracco, Beraco, de Sorano, Borago, Borajo, Boraggo, Boraco e anche Boraca. Non è presente nell’elenco del vicerè del 1569.

La torre, oltre a comunicare con le vicine Torre San Pietro in Bevagna, con Torre Moline e con le masserie dell’entroterra, presidiava il vicino fiumicello in quanto era molto appetibile per il rifornimento di saraceni e pirati di ogni tipo.

La torre, scampata la minaccia dal mare fu utilizzata fino all’800 dalle Guardie Doganali. Una volta abbandonata, per via degli agenti atmosferici, si stava sgretolando. Era crollato il tetto e all’interno della struttura cresceva spontaneo un albero di fico. Nel 2011 e per i due anni successivi la torre è stata sottoposta a un restauro completo che l’ha riportata al suo antico splendore e alla costruzione ex novo di una scala. Per maggiori informazioni più dettagliate sul restauro: http://www.architetturadipietra.it/wp/?p=5924

Cronologia

1583: torriero Caporale Garzia Francesco.
1695: torriero Caporale di Lauro Vito Antonio.
1777: custodita dagli Invalidi (associazione).
1825: torre in buono stato (Primaldo Coco).
1842: utilizzata dalle Guardie Doganali.
1978: ruderi (ricognizione Vittorio Faglia).
2011: definitivo restauro.
In parte, Vittorio Faglia (1978)

Torre Borraco prima e dopo il restauro a confronto.

Foto di Lorenzo Netti.
Fabio Protopapa (2014).

Torre Borraco negli anni ’70 e ’80.

La prima foto è di Giovanni Cosi (1989), le successive di Marcello Scalzi (1982), l’ultima è tratta dall’opera di Vittorio Faglia (1978).

La Struttura

Torre Borraco è classificabile nella tipologia di tipica del Regno, tronco piramidale a base quadrata (10,30 x 10,20) a tre caditoie per lato con la caratteristica particolare di due feritoie basse su ogni lato e al centro dei barbacani centrali. E’ caratterizzata da spigoli e caditoie in pietre squadrate, mentre le pareti sono costituite da pietre irregolari disposte in corsi.

Contrariamente alle altre torri, a cui si accedeva tramite una scala esterna, a Torre Borraco si arriva al vano interno mediante una serie di aperture posticce aperte in breccia sulla facciata a monte e nella cisterna. L’ingresso originale è a circa 5 metri da terra. Entrando a destra si trovava l’apertura del pozzo, inoltre, ricavati nella parete, i fori a sezione quadrata che convogliavano le acque raccolte dal terrazzo nella cisterna e a sinistra si trovava il camino. La volta che ricopriva il tutto era a botte.

Foto di Gloria Valente.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/6X2k9YCfHHeHDAUW6

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Caprara, A., Crescenzi, C., & Altri (1982). Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto. Firenze-Taranto: Edizioni il David.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

VisitManduria (2020). Torre Borraco. Sito Web.

Torre San Pietro in Bevagna

Nel Comune di Manduria, nell’omonima località, si erge Torre San Pietro in Bevagna a circa 190 metri dal mare e a un’altitudine di 4 metri. Annessa alla torre vi è la chiesa di San Pietro.

Dal sito Jamaluca.

Torre San Pietro in Bevagna comunicava visivamente a sud con Torre Colimena e Torre delle Saline e a nord con Torre Borraco. La torre, di struttura atipica, ha la peculiare caratteristica di avere una chiesa “incastonata” ad essa. Il nome della località deriva dal fatto che San Pietro, al suo approdo in Italia, sia passato proprio da qui.

La Storia

La torre costiera di San Pietro in Bevagna fu eretta con un duplice scopo: quello di proteggere la cappella e il sacello sottostanti e quello di avvistare i navigli corsari, che, soprattutto nel XVI Secolo, insidiavano le popolazioni salentine.

Per quanto riguarda la costruzione della torre, le fonti sono confuse. Sia la torre che la chiesa hanno subito nel tempo diversi rifacimenti. Le prime notizie circa la costruzione della torre di San Pietro in Bevagna risalgono alla fine del XV Secolo, quando i monaci del Monastero di S. Lorenzo di Aversa la innalzarono per utilizzarla come deposito di biade e come residenza del direttore della Grancia, secondo quanto riportato da Primaldo Coco (1930). Lo studioso Vittorio Faglia (1978) fissa però la sua costruzione al 1575.

Bisogna tener presente che nel 1578 la torre fu stimata dall’ingegnere Paduano Schiero 1500 ducati e fu acquistata dalla Regia corte per 807 ducati. Questo significa che la torre nel 1578 era già esistente e lo stato stava provvedendo al suo acquisto perché ritenuta di pubblica utilità (secondo le volontà del vicerè don Perafan de Ribera). Nel 1656, Gerolamo Marciano descrive il sito dicendo che vi era un antico tempio dedicato a San Pietro al di sotto di una torre costruita per volontà di Filippo II re di Spagna. Questa notizia troverebbe riscontro nella datazione data dal Faglia. Anche il fatto che la torre non risulti nell’elenco del viceré del 1569 potrebbe dimostrare che sia una costruzione successiva a questa data. Un’altra fonte però(Castelli 1974), data la torre, senza una giustificazione, al 1348. Dov’è dunque la verità?

Roberto Caprara in un’importante pubblicazione del 1982 giunge a questa conclusione alquanto verosimile: nel XIV Secolo viene fortificato, presumibilmente con una torre, il sito dove sorge una cappella campestre di nome “S. Petro” come venne indicata in alcune carte del ‘500.

Tra la fine del XV Secolo e gli inizi del XVI, viene riedificata la torre secondo i modelli che si stavano diffondendo nelle fortificazioni più recenti che tengono conto dei progressi dell’artiglieria. Se si considerano i puntoni angolari della torre, essi sono molto simili a quelli del Castello di Bari e di Barletta anch’essi risalenti ad inizio ‘500.

Non si esclude che alcuni rimaneggiamenti potessero essere in corso nel 1575, forse anche in vista dell’acquisto da parte dello stato che in questo periodo, in seguito alle volontà del viceré, stava acquistando tutte le torri preesistenti sul territorio ritenute di pubblica utilità, oltre a costruirne delle nuove.

Nel 1845, con un decreto, Francesco II di Borbone Re di Napoli cedette la torre al Vescovo di Oria, per dimora del Rettore del Santuario o del custode. Nel 1860, con l’incameramento dei beni di proprietà ecclesiastica da parte del Regno d’Italia, la torre divenne di proprietà demaniale. Nel 1900, con atto di compravendita, il Demanio statale cedette la torre al Comune di Manduria.

La chiesa adiacente, come la vediamo oggi, è una costruzione del 1902 ed è stata edificata sulla cappella più antica.

Dal sito SostalaSpecchia.

La Struttura

La torre di San Pietro in Bevagna, diversamente dalla maggior parte delle coeve, presenta un’architettura del tutto particolare. Anziché riproporre la consueta planimetria circolare o quadrangolare, essa ha pianta ottagonale, meglio definita come di “stella a quattro punte” o a “cappello di prete”. Questo tipo di sviluppo, in pianta e in alzato, che la torre di San Pietro in Bevagna condivide con pochissime altre torri costiere e con una ristretta serie di edifici fortificati del sud Italia, deriva dall’applicazione dei nuovi precetti dell’architettura e dell’ingegneria militare, teorizzati per primo dallo spagnolo Pedro Luis Escrivà (1482 ca-1568 ca).

La base, che occupa un’area di circa 14×18 metri, ha una scarpa che si estende fino al toro marcapiano da cui parte il primo piano verticale, coronato anch’esso da un ulteriore toro su cui appoggiano le caditoie. Alcune di esse sono collocate in corrispondenza delle aperture. Sul lato mare è visibile una porta ricavata in tempi più recenti. Sul lato nord sono ben visibili due feritoie. Sempre sul lato nord vi è una porticina a cui si accede con una scala addossata alla torre, anch’essa di costruzione più recente.

Di seguito, alcune sezioni e palnimetrie tratte da Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto (1982).

Dove si trova: https://goo.gl/maps/rDmRCXYTg6AZmZpb7

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Caprara, A., Crescenzi, C., & Altri (1982). Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto. Firenze-Taranto: Edizioni il David.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Fondazione Terra d’Otranto (2015). Una fortificazione moderna la torre di San Pietro in Bevagna. Sito Web.

Torre delle Saline

Nel Comune di Manduria, nella Riserva naturale Salina dei Monaci, si ergeva Torre delle Saline a 350 metri dal mare e a 5 metri d’altitudine. Oggi restano solo dei modesti ruderi.

Il rudere della torre alle spalle della salina. Dal sito Visit Manduria.

Torre delle Saline differisce nella sua funzione dalle altre torri costiere sul litorale salentino perché non faceva parte del sistema unitario ideato dagli aragonesi nel XVI Secolo. La torre era adibita alla protezione delle strutture adiacenti dove avveniva la lavorazione e il deposito del sale. Nelle vicinanze vi è anche una piccola cappella, anch’essa in stato di abbandono.

La Storia

Il nome Salina dei Monaci deriva dal fatto che questa fabbrica del sale fu gestita dai monaci benedettini a partire dal XVIII Secolo. Torre delle Saline fu citata per la prima volta nella cartografia antica nell’ultimo decennio del XVI Secolo da Mario Cartaro. Comparirà anche in tutta la successiva cartografia del XVII e XVIII Secolo. Fu indicata nel 1874 e 1947 come Casa della Salina.

Lo studioso Vittorio Faglia (1978) la ritiene più antica di tutte le altre torri ma, non viene data una giustificazione e questa notizia non può essere confermata in quanto l’autore sembra confondere queste saline con quelle di Castellaneta.

Con la fine di questa breve storia, ne inizia una nuova a seguito della bonifica antimalarica negli anni del 1940, che portò a realizzare questo favoloso ambiente naturale ideale per la nidificazione di numerosi uccelli acquatici e migratori. Con una superficie di circa 2,7 Km la Salina dei Monaci e le dune di Campomarino fanno parte della Riserva Naturale Regionale Orientata del Litorale Tarantino a partire dagli anni 2000.

Di seguito, alcune immagini tratte da Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto (1982).

La Struttura

Della torre oggi rimangono pochi ruderi e sembra purtroppo destinato a sparire presto. La costruzione era in conci di tufo regolarmente squadrati, su due piani distinti da un toro marcapiano. Sono caratteristiche collegabili alle torri della Serie di Nardò. Come quelle, la torre presentava base quadrata troncopiramidale, corpo parallelepipedo sul toro, coronamento in lieve sbalzo su beccatelli, caditoie su mensoloni, leggibili fino agli anni ’80. Vi era un locale ricavato al piano terra, probabilmente in comunicazione con i magazzini del sale ma non è possibile fare ulteriori analisi per via del materiale di crollo.

Dalle testimonianze raccolte da Roberto Caprara, nel 1982 era ancora possibile ammirare ciò che restava del primo piano ovvero le pareti vista mare e costa-est. Su quest’ultima si trovava uno stipo e si leggevano le tracce di un’apertura e di una probabile scala al terrazzo in spessore di muro. Entrambi i locali della torre erano voltati a botte. In linea massima, alla base la torre doveva misurare 10 metri per 10 circa, mentre in altezza si doveva sviluppare per circa 12 metri.

Oggi della struttura rimangono due importanti frammenti verticali.

Dal sito del FAI.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/wrYA6uYBY5uWWPGr6

Bibliografia:

Caprara, A., Crescenzi, C., & Altri (1982). Le torri costiere per la difesa anticorsara in Provincia di Taranto. Firenze-Taranto: Edizioni il David.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Punta Prosciutto.com (2020). Salina dei Monaci. Sito Web.

Torre San Leonardo

Nel Comune di Ostuni, in località Pilone, si erge Torre San Leonardo a 20 metri dal mare e a un’altitudine di 2 metri. Oggi restaurata, nel tempo ha subito diversi rifacimenti.

Dal Sito Cultura Salentina.

Muovendosi da nord verso sud, Torre San Leonardo è la prima torre costiera dell’antica Terra d’Otranto. Comunicava un tempo con Torre Canne in Terra di Bari (oggi scomparsa) a nord e con Torre Villanova a sud. Oggi veglia sulla piccola località balneare di Pilone e sorge isolata su di una piccola penisola. É situata all’interno del “Parco Naturale Regionale Dune Costiere da Torre Canne a Torre San Leonardo”.

La Storia

La “torre del Pilone” fu denominata di San Leonardo in quanto ricadeva nel terreno appartenente all’omonima chiesa, dipendenza dell’importante monastero dei Cavalieri Teutonici di San Leonardo presso Siponto.

Giovanni Cosi (1989) riporta alcuni importanti documenti tratti dall’Archivio di Stato di Napoli. Il seguente fa riferimento alla costruzione della torre, opera del maestro Scipione Lopes:

“Il maestro Scipione Lopes di Gallipoli, in virtù di lettere del 9 settembre 1567 spedite dalla R. Camera (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal viceré delle province di Terra d’Otranto e di Bari, il 9 ottobre 1567 riceve a bon conto dal Percettore provinciale Giovanni Bonori 100 ducati per la costruzione della torre di S. Leonardo.”

Inoltre, il Cosi (1989) riporta alcuni documenti i quali attestano che la torre fosse abbondantemente armata e dunque non aveva solo funzione di avvistamento ma anche di difesa. L’area era altamente suscettibile a scorribande saracene. A conferma di ciò, il Cosi trascrive le parole del Governatore Conte di Macchia il 5 novembre 1579 indirizzate al sindaco di Lecce: “Havendoci la università de la citta di Ostuni fatto intendere che per le aque dolci che sono propinque à la torre di S. Leonardo sita in sua marina sogliono la venire vascelli di turchi e fanno gran danno senza posservi da detta Turre dar oltraggio alcuno à causa che in essa torre non è pezzo di artiglieria […]”.

Quando la torre perse la sua originaria funzione nel XIX Secolo, fu utilizzata come residenza estiva. Tuttora risulta proprietà privata.

Ciccio Fumarola, Instagram (2020)

La Struttura

Non è facile immaginare come Torre San Leonardo sarebbe dovuta apparire al tempo della sua costruzione. La torre è stata completamente rimaneggiata. Il piano superiore non è più quello originario, forse è stato ricostruito. Inoltre, è stata aggiunta una costruzione più recente in lato-monte. L’unica parte originale di quella che oggi appare come (ed a tutti gli effetti è) un’abitazione privata è il basamento inferiore, troncopiramidale, lato-mare della struttura “sul retro”. Tanto da essere ancora visibile il cordolo alla sommità della scarpa.

Anche se molto rimaneggiata da restauri poco rispettosi della sua originaria struttura, la costruzione è ben conservata.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/g7emhFegSU8VoP7J9

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Villaggio Torre San Leonardo (2020). Torre San Leonardo. Sito Web.


Torre Villanova

Nel Comune di Ostuni, nell’omonima frazione, si erge Torre (o Castello) Villanova, a 5 metri dal mare e a un’altitudine di 5 metri.

Foto della Lega Navale Italiana Ostuni.

Torre Villanova, o meglio, il Castello di Villanova, faceva parte di quella serie di fortificazioni difensive preesistenti in Terra d’Otranto, che nella seconda metà del Cinquecento furono ritenute essenziali da parte degli aragonesi e furono comprese nel sistema unitario e ininterrotto di torri costiere. La sua posizione strategica permetteva al castello di difendere non solo il porticciolo ed il piccolo borgo ma anche la vicina città di Ostuni, comunicando con Torre San Leonardo a nord e con Torre Pozzelle a sud.

La Storia

Nel 1182, Tancredi, Conte di Lecce e signore di Ostuni, concesse al vescovo e ai cittadini ostunesi di fondare un centro presso San Nicola di Petrolla e di popolarlo. Nel 1277, Carlo d’Angiò fondò Villanova rimpiazzando la piccola Petrolla.

Nel 1278, in epoca angioina dunque, fu iniziata la costruzione della cinta muraria di Villanova e dopo circa una ventina di anni ebbe inizio l’edificazione del primo nucleo del castello. Purtroppo, per diversi motivi, ben poco resta dell’originale fortezza.

Esistono documenti che testimoniano i nomi di alcuni dei castellani che assunsero il comando della fortezza, fra cui si ricordano Gaspare Petrarolo nel 1463, Cipriano Arsenio nel 1562 e Prospero Idrosio nel 1579.

Giovanni Cosi (1989) riporta alcuni interessanti documenti tratti dall’Archivio di Stato di Napoli, tra cui il seguente:

Giovanni Maria Pilante procuratore dell’Università di Ostuni, in virtù di lettere della R. Camera della Summaria spedite il 29 gennaio 1579 (in Curie 35 fol. 8), il 3 febbraio 1580 riceve dal Percettore provinciale 211 ducati, 1 tari e 16 grane che l’Università ha speso per la riparazione della torre.

Dalla fine dell’Ottocento fino agli anni ’30 del Novecento, la torre è stata usata come presidio militare e quindi manutenuta a cura del Genio civile, sezione fabbricati demaniali. Quando il castello perse la sua funzione, fu abbandonato ed è rimasto in tale condizione fino ai nostri giorni.

Dal sito La Voce di Maruggio

La Struttura

Si tratta più che di una torre, di un vero e proprio fortino. La struttura, seppur molto articolata e distante dalla concezione tipica di torre costiera, presenta similitudini, per certi aspetti, con Torre Santa Sabina o Torre San Pietro in Bevagna con la loro tipica forma a stella a quattro punte. Nel complesso, si distinguono facilmente una base a scarpa con cordolo alla sommità e, a seguire, un corpo verticale. Degni di nota anche alcuni corpi aggiuntivi e una torretta adibita a faro in tempi più recenti. Purtroppo la struttura versa nell’incuria.

Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/23tXDfQQBWU7QVgJ6

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

La Voce di Maruggio (2019). Fortezze e Castelli di Puglia: Il Castello di Villanova (Ostuni). Sito Web.

Wikipedia (2021). Villanova (Ostuni). Sito Web.

Torre Pozzelle

Nel Comune di Ostuni, nell’omonima località, si erge Torre Pozzelle, a 70 metri dal mare e a pochi metri d’altitudine. Il rudere è in parte crollato ma è stato recentemente restaurato.

Foto di Enzo Suma.

Torre Pozzelle (o Pozzella) è inserita in un bellissimo contesto naturale, immersa in un tratto di costa quasi incontaminato, caratterizzato da basse scogliere, macchia mediterranea e piccole insenature. Comunicava visivamente con Torre Santa Sabina a sud e con Torre Villanova a nord.

La Storia

Torre Pozzelle è una torre costiera classificabile come tipica del Regno, la cui origine risale all’Orden General di Perafan De Ribera (1563) che proprio in quel periodo incrementò di gran lunga il numero di torri costiere sul territorio. Nella cartografia antica ha assunto diversi nomi tra cui “Puzzelle”, “Puzzelli”, “Puzzeglie”, “Puzzella” e “de’ Pozzelli”.

Giovanni Cosi (1989) riporta un documento tratto dall’Archivio di Stato di Napoli, a proposito della costruzione della torre affidata a Massenzio Gravili:

“Il maestro Massenzio Gravili di Lecce, in virtù di lettere del 9 settembre 1567 spedite dalla R. Camera (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese del Governatore provinciale, il 3 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 100 ducati a bon conto per la costruzione della torre detta le Puzzelle.”

La torre nel XIX Secolo fu abbandonata nel momento in cui perse la sua funzione originaria. In anni recenti vi sono stati degli interventi di restauro che fortunatamente hanno messo in sicurezza la struttura che versava in stato di degrado e rovina.

Cronologia:

XVI Secolo: compare nella cartografia.
1655: torriero Cap.le Cagnas Sebastiano.
1730: torriero Cap.le Calcagno Giovanni.
1777: custodita dagli Invalidi (associazione).
1842: in abbandono.
1978: censita da Vittorio Faglia.
Faglia (1978)
Vittorio Faglia (1978)
Dal sito AgendaBrindisi.

La Struttura

Torre Pozzelle è un classico esempio di torre tipica del Regno, a base troncopiramidale con tre caditoie in controscarpa, ormai poco visibili. Gli angoli sono caratterizzati da blocchi squadrati e regolari, mentre il resto della muratura è costituito da pietrame informe ma disposto in corsi orizzontali. Sulle pareti vi sono anche evidenti segni di intonaco databile ad epoche passate. Al piano terra vi è tuttora la camera un tempo adibita a cisterna.

Attualmente la torre presenta un ampio crollo nella zona lato nord-ovest che ha messo in evidenza l’interno del piano agibile. I recenti interventi di restauro sono ben evidenti in particolare in parte del coronamento.

Vittorio Faglia (1978)
Dal sito Italiani.it
Dal sito BarbarHouse.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/LaegPFM7dTU6Ze7S7

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Torre Santa Sabina

Nel Comune di Carovigno, nell’omonima località, si erge Torre Santa Sabina ad un passo dal mare.

Torre Santa Sabina caratterizza l’omonima località balneare che col tempo si è sviluppata intorno. Essa comunicava visivamente a sud con Torre Guaceto e a nord con Torre Pozzelle.

La Storia

Torre Santa Sabina fu edificata, con ogni probabilità, tra la fine del XV e l’inizio del XVI Secolo, come torre di controllo del porticciolo, dai feudatari di Carovigno. Nella seconda metà del Cinquecento venne poi acquisita dalla Regia Corte secondo le volontà del viceré don Perafan de Ribera, quando anche le torri preesistenti furono inserite nel progetto unitario delle torri costiere di Terra d’Otranto. 

Giovanni Cosi (1989) riporta il seguente documenti riguardo Torre Santa Sabina:

“Donato Antonio Natali di Galatone caporale della torre Sabina (S. Sabina) nella marina di Carovigno, il 18 maggio 1619 costituisce suo procuratore, presso il notaio Giovanni Domenico Tarentino di Putignano e residente in Carovigno, il conterraneo Sebastiano Mega il quale il 21 ottobre 1619, con atto del notaio Sabatino de Magistris di Galatone, restituisce 20 ducati a Nicola Talà a cui il caporale aveva venduto, con riserva, un giardino che era in comune coi suoi fratelli .

Nella seconda metà dell’Ottocento, scampato il pericolo dal mare, la torre che aveva anche ospitato un ufficio della Regia Dogana, fu abbandonata. Ritornò in mani private nel 1915, quando fu acquistata dalla famiglia Dentice di Frasso che la ristrutturò e la vendette in seguito ad altri privati.

La Struttura

Torre Santa Sabina è una torre ottagonale dalla particolare forma a “cappello da prete” riproducente, in pianta, una stella a quattro punte. Il corpo è a scarpa fino al coronamento merlato, probabilmente rifatto in epoche recenti. Ogni lato del coronamento è connotato da cinque grandi beccatelli ogivali, sovrastati da merli con feritoie.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/TvRPtYTvPkiyzxk86

Bibliografia:

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Wikipedia (2021). Torre Santa Sabina. Sito Web.

Torre Guaceto

Nel Comune di Carovigno, all’interno dell’omonima Riserva naturale statale, si erge Torre Guaceto, a circa 30 metri di distanza dal mare e all’altitudine di 6 metri.

Da 365 Giorni nel Salento

La torre è la più grande della sua tipologia in Terra d’Otranto. Comunicava visivamente con Torre Testa a sud, con Torre Santa Sabina a nord e con Torre Regina Giovanna nell’entroterra. La torre è inserita all’interno di uno dei più splendidi contesti naturali dell’intera Puglia. La Riserva naturale statale di Torre Guaceto è un’area marina protetta che si impegna a conservare l’ecosistema naturale e la biodiversità del territorio. La Riserva Naturale è anche rinomata per il Centro Recupero Tartarughe Marine intitolato a Luigi Cantoro, storico attivista brindisino del WWF che si è impegnato nella difesa di questo luogo.

La Storia

La denominazione Guaceto deriva dall’arabo “Gawsit” (acqua dolce), infatti, la torre sorge nei pressi di un fiumiciattolo di piccole dimensioni, di acqua sorgiva, tuttora esistente, che attraversa l’intera zona umida fino ad inoltrarsi nell’entroterra. La veridicità dell’origine araba del nome è confermata anche dal fatto che una delle prime testimonianze topografiche della zona risalgono ad una mappa araba del XIII secolo, dove la zona viene indicata come “Gaucito”. La zona infatti conobbe anche una breve occupazione araba (il cosiddetto Emirato di Bari tra l’847 e l’871) prima della riconquista bizantina.

La costruzione di una torre in questo luogo era fondamentale per via delle insenature comode all’attracco di imbarcazioni e della presenza di acqua dolce. Nel 1531 il Marchese Ferdinando d’Alarçon, già incaricato della nuova costruzione del sistema difensivo della città di Brindisi, innalzò una torre su una più antica preesistente che nel 1563 venne completata dal maestro muratore brindisino Giovanni Lombardo.

A tale proposito, Giovanni Cosi nella sua importante opera del 1989 riporta i seguenti documenti:

“Il maestro Giovanni Lombardo di Brindisi, in virtù di lettere del 9 settembre 1567 spedite dalla R. Camera (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal Governatore, il marchese di Capurso, il 3 ottobre riceve dal Percettore provinciale 100 ducati a bon conto per la costruzione della torre detta di Guascito, nella marina di Brindisi.”

Nel periodo successivo alle scorribande saracene, lo scalo ritrovò un’effimera ripresa dei traffici mercantili nel XVIII secolo perché frequentato da Veneziani e poi dagli Spagnoli. Il quadro mutò radicalmente e definitivamente nel XIX secolo, anche in concomitanza dell’abbandono della Via Appia, per la nuova via consolare borbonica che collegava Brindisi a Monopoli, attraverso Carovigno, Ostuni e Fasano. Fu allora che Guaceto divenne un porto deserto, piccolo e mal sicuro, adatto solo ai contrabbandieri.

Alla fine del 1800, fu poi Ernesto Dentice di Frasso, proprietario della zona, a modificare definitivamente la località con la costruzione di un grande canale di bonifica e con la messa a coltura di circa cento ettari di macchia mediterranea e trenta ettari di palude, con l’asportazione di sabbia che serviva al costruendo porto di Brindisi: l’area umida veniva quindi definita nei limiti attuali. Nel XX secolo è stato edificato uno stabile addossato alle mura che ha in parte alterato l’intera struttura (Brindisi Web).

A partire dal 2008, la torre ha subito alcuni interventi di restauro. Attualmente è sede di un osservatorio presidiato dal W.W.F. 

Da Ohga!

La Struttura

Torre Guaceto è la più grande delle torri tipiche del Regno in Terra d’Otranto. Ha pianta 16 x 16 metri all’esterno e 9,50 x 9,50 metri all’interno. Le pareti sono a scarpa all’esterno e verticali all’interno. La torre è munita di archibugiere e di larghe caditoie, tre sul prospetto mare, due sulle pareti laterali ed una sul prospetto interno.

Un tempo al piano terra vi era la cisterna mentre al primo piano vi era il vano agibile. Si accedeva tramite ponte levatoio o scala removibile da quella che è oggi la finestra. Oggi l’ingresso è al piano terra, tramite la più recente costruzione affiancata alla struttura originaria.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/tuQFaPGjskeNDaoe8

Bibliografia:

ArcheoBrindisi (2013). Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Brindisi Web (2007). Monumenti, Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.


Torre Testa

Nel Comune di Brindisi, in località Giancola o Torre Rossa, si erge Torre Testa a 15 metri dal mare e a un’altitudine di pochi metri. Vi sono stati diversi tentativi di restauro ma mai definitivi.

Dal sito Senza Colonne

Torre Testa, anche detta “Torre Testa di Gallico” o “Capogallo”, è situata a 7km lungo la litoranea nord da Brindisi, in una splendida posizione all’estremità di una piccola penisola lontana dalle più recenti costruzioni. Comunicava un tempo con Torre Punta Penne a sud e con Torre Guaceto a nord.

La Storia

Secondo alcuni, il nome “gallico” deriverebbe dalla forma di testa di gallo del promontorio su cui è posta. In realtà, come sottolineato dal sito BrindisiWeb, è più probabile che derivi dal termine Jaddico che, nelle lingue nordiche, significava bosco o foresta.

Come in altri casi in Terra d’Otranto, Torre Testa era posta alla foce di un canaletto, quasi un fiumicello, detto Giancola, dal quale turchi e corsari potevano rifornirsi di acqua dolce per proseguire i loro nefasti viaggi. Di conseguenza, la sua posizione era estremamente strategica.

Torre tipica del Regno, i lavori di costruzione iniziarono nel 1567, in seguito all’Orden General di Perafan De Ribera che proprio in quel periodo incrementò di gran lunga il numero di torri costiere sul territorio.

Torre Testa fu realizzata da Giovanni Maria Calizzi e continuata da Cesare Schero e Marco Guarino di Lecce. A conferma di ciò, Giovanni Cosi (1989) ha riportato i seguenti documenti reperiti dall’Archivio di Stato di Napoli:

“Il maestro Giovanni Maria Calizzi di Brindisi, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal marchese di Capurso, il 3 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 100 ducati a bon conto, per la costruzione della torre detta le Teste de Gallico.”

“Ancora il Calizzi, in virtù di mandato spedito il 30 giugno 1569 dal Governatore provinciale, il giorno successivo (1° luglio 1569) riceve dal Percettore provinciale 22 ducati per la fabbrica della suddetta torre.”

“Dopo 15 anni dall’inizio dei lavori, la Torre non è ancora ultimata ed essendo il maestro Calizzi troppo distante ed in altro occupato, il 30 giugno 1582 affida i lavori di completamento ai maestri leccesi Cesare Schero e Marco Guarino.”

Dal censimento di Vittorio Faglia negli anni ’70 dello scorso secolo, si comprende che la torre versava in pessime condizioni. In anni recenti sono stati effettuati dei necessari interventi di messa in sicurezza e di recupero, purtroppo lasciati incompleti ed insufficienti.

Cronologia:

1569: esistente secondo l’elenco del vicerè.
1582: torriero Caporale Chiabrera Jouan.
1590: torriero Caporale Parescia Consavo.
1596: torriero Caporale Perez Francesco.
1696: torriero Caporale Pinto Donato.
1727: torriero Caporale Santoro Pietro.
1777: custodita dagli Invalidi (associazione).
1825: in cattivo stato (secondo Primaldo Coco).
1842: abbandonata.
1978: ruderi (censimento di Vittorio Faglia).
Faglia (1978).
Vittorio Faglia (1978), lato costa-monte.
Vittorio Faglia (1978), lato nord.
Tiziana Balsamo, Instagram (2021)

La Struttura

Torre Testa è una torre classificabile come tipica del Regno. Essa è caratterizzata da pianta quadra, corpo troncopiramidale e originariamente tre caditoie per lato. Tutte le pareti sono in tufo e nel tempo sono state corrose dal mare ma anche manomesse dagli uomini. Nella parte originale della torre si nota bene il pietrame non regolare utilizzato. All’interno vi era una volta a crociera, un camino e un vano sopra la porta per salire al terrazzo.

Come spesso accade, è crollata la volta del piano agibile superiore. Alcune impalcature sono state montate per prevenire un ulteriore crollo. Il lato nord risulta il più danneggiato. Sono ben riconoscibili i nuovi rifacimenti di muratura che hanno (in parte) messo in sicurezza la torre.

Dal sito BrindisiWeb.
Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/zZMvHLfjYDC6URBT7

Bibliografia:

Brindisi Web (2007). Monumenti, Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Torre Punta Penne

Nel Comune di Brindisi, nella località di Punta Penne, si erge l’omonima torre, a 50 metri dal mare e all’altitudine di 3 metri. Il rudere è in discrete condizioni.

VolgoBrindisi, Instagram

Torre Punta Penne, o semplicemente Torre Penna, comunicava visivamente con le difese della città di Brindisi a sud e con Torre Testa a nord. Sorge a Punta Penne o Capo Gallo. Il paesaggio costiero è di tipo roccioso con piccole insenature caratterizzate da lidi sabbiosi, basse scogliere, calette e ampi tratti di macchia mediterranea, ma purtroppo fortemente abbandonato a se stesso. Anche la torre versa in una condizione di degrado.

La Storia

Indicata da tutta la cartografia antica, la torre esisteva già prima dell’ordinanza vicereale con la quale, nel 1563, per volontà del vicerè Duca d’Alcalà don Perafan de Ribera, venne ricostruita. La ricostruzione vide impegnato nei lavori, almeno nel 1568, il maestro muratore brindisino Giovanni Parise (lo stesso che terminò i lavori di Torre Mattarelle). Le spese di riparazione di muratura e di falegnameria rimanevano accollate all’Università di Brindisi.

Vicino a Torre Penna, nel 1676 sbarcarono due galere turche e saccheggiarono cinque delle limitrofe masserie spingendosi sino alla Madonna del Casale. Nello stesso anno, una galera turca, sbarcò nella zona compresa tra Torre Penna e Torre Testa, facendovi dodici schiavi dalle vicine masserie. Questi due eventi dimostrano così l’inefficienza della cortina vicereale.

Nel corso del 1800 fu costruito affianco anche un faro, adesso non più presente. La torre fu riutilizzata dalla Guardia di Finanza negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale che intervenne rimuovendo brutalmente buona parte dell’intera struttura che originariamente era molto più alta. Purtroppo, oggi rimane solo la scarpata. Nell’area circostante viene poi realizzata una batteria militare denominata “Menga” con la presenza anche di una polveriera.

In anni più recenti, il Gruppo Archeologico Brindisino ha installato nei pressi di Torre Punta Penne e Torre Testa, un pannello illustrativo che racconta la storia delle torri, sia in lingua italiana che in inglese. Inoltre, sulle torri sono stati apposti degli striscioni con su scritto “AIUTATEMI A NON CROLLARE”.

Dal sito BrindisiWeb

La Struttura

Torre Punta Penne è caratterizzata da una pianta quadrata. La base della torre troncopiramidale è stata secondo Vittorio Faglia (1978) probabilmente svuotata in un secondo tempo. Gli spigoli sono costituiti da pietre regolari e le pareti da pietre non regolari. La scala esterna al primo piano, in parte ricavata nel basamento, è di epoca successiva in quanto, originariamente, si accedeva con scale rimovibili. In origine verosimilmente era classificabile come torre tipica del regno. All’interno vi sono due locali per piano. La rara cartolina d’epoca che ritrae la torre prima di essere troncata lascia pensare che essa abbia subito diversi rifacimenti sia in epoche passate che più recenti.

Torre Penna nel 1970, dal libro di Vittorio Faglia (1978)
Immagini tratte dal libro di Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/f9KEWS7SJmjbwHv68

Bibliografia:

ArcheoBrindisi (2013). Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Brindisi Web (2007). Monumenti, Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.





Torre Mattarelle

Nel Comune di Brindisi, nella località di Punta Mattarelle, si ergeva l’omonima torre, a un’altitudine di circa 10 metri. É quasi del tutto crollata a causa dell’erosione del mare.

Dal sito BrindisiWeb
Roberto Trinchera, Facebook, 2020

Torre Mattarelle comunicava visivamente a nord con Torre Cavallo, non più esistente, e a sud con Torre San Gennaro, anch’essa crollata. La torre, purtroppo rappresenta un monumento perso irrimediabilmente. Ciò che resta oggi del rudere a picco sul mare, sostenuto da una terra morbida e friabile, è visibile recandosi nei pressi della centrale ENEL in località Cerano e percorrendo dei sentieri che portano alla costa.

La Storia

Indicata in antichità anche con i nomi “T. della Punta delle Mattarelle”, “Matrelle”, “Mattarelli” e “Matarelli”, compare nella cartografia a partire dal XVI Secolo.

La sua costruzione cominciò nel 1567, sotto la guida del maestro muratore brindisino Virgilio Pugliese e i lavori furono continuati nel 1569 da Giovanni Parise, impegnato anche su Torre Penna. Le spese di riparazione in muratura e di falegnameria rimanevano di competenza dell’Università di Brindisi. A riguardo, Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti dall’Archivio di Stato di Napoli:

“Il maestro Virgilio Pugliese di Brindisi, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal Governatore provinciale, il 6 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 100 ducati a buon conto per la costruzione della torre di Matrelle.”

“Il maestro Giovanni Parise di Brindisi, in virtù del mandato spedito il 29 giugno 1569 dal Governatore provinciale, il 1° luglio 1569 riceve dal Percettore provinciale 104 ducati per la fabbrica della torre detta Matrella.”

Lo stesso Cosi (1989) riporta un documento per il quale “Bernardo Romano di Napoli, caporale della torre Le Matrelle della comarca di Lecce, non potendo attendere al servizio della torre per le sue infermità, il 30 luglio 1702 rinuncia alla sua piazza in favore del congiunto Oronzo Marsilio di Alessano, persona <<abile, atta e sufficientissima>> al detto servizio, avendolo istruito per molto tempo nella torre.”

Altre fonti ci narrano del tenente Gennaro Ripa il quale racconta che il 22 settembre del 1787 all’interno della torre morì un soldato, tale Giuseppe Migliorino, che fu seppellito dietro la torre “e costretto a custodirla anche dopo la propria dipartita” (ArcheoBrindisi).

Intorno agli anni ’80, Torre Mattarelle subì un crollo devastante quando il morbido terreno sottostante franò per via dell’erosione del mare che man mano farà precipitare ciò che rimane di quella che un tempo era una splendida costruzione.

Torre Mattarelle vista da Vittorio Faglia (1978) a sinistra e da Giovanni Cosi (1989) a destra. A conferma che il crollo avvenne negli anni ’80.

La Struttura

Torre Mattarelle era un esempio classico di torre tipica del Regno. Fondamentale è la descrizione di Vittorio Faglia (1978) che ha l’opportunità di ammirarla nella sua interezza alcuni anni prima che franasse la terra sottostante: “In pietrame, spigoli a conci regolari, pareti in pietra irregolare disposte a corsi orizzontali. Crollata la volta a botte, semplice e in tufi regolari, lo spigolo a monte-Sud e quasi due lati. Visibilissimo lo scarico nella cisterna. Attacchi delle caditoie partono da un cordolo di appoggio. La cisterna è in spessore di muro verso monte. La roccia tenera su cui è fondata la torre è stata asportata dal mare nello spigolo mare-nord. Copertura in chianche sezionata.”

Al giorno d’oggi (2021), della torre a pianta quadrata troncopiramidale con caditoie in controscarpa, resistono solo poche vestigia dell’angolo nord-ovest.

Dal sito ArcheoBrindisi
Dal sito ArcheoBrindisi
Torre Mattarelle nel 2007, BrindisiWeb
Dal sito BrindisiWeb

Dove si trova: https://goo.gl/maps/vigqmkA4hyL3LPuv7

Bibliografia:

ArcheoBrindisi (2013). Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Brindisi Web (2007). Monumenti, Torri Costiere Brindisine. Sito Web.

Budano, G. (2018). Regine del Mare: Censimento delle Torri Costiere di Terra d’Otranto.

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Nel Comune di Squinzano, in località Casalabate, a pochi metri di distanza dal mare e a circa due metri di altitudine si erge Torre Specchiolla, recentemente restaurata.

Mario Valentini, Pinterest


Torre Specchiolla domina la marina di Casalabate, nata un tempo come piccolo borgo di pescatori, oggi meta balneare per molti turisti. Un tempo comunicava visivamente a nord con Torre San Gennaro, nel comune di Torchiarolo (oggi scomparsa) e a sud con Torre Rinalda.

La storia

Torre Specchiolla è classificabile come torre tipica del Regno. Queste furono costruite prevalentemente nel decennio 1565-75 in seguito all’Orden General di Perafan de Ribera emanato nel 1563, per aumentare ulteriormente il numero di torri costiere a protezione della Terra d’Otranto che proprio in quegli anni era in particolare sofferenza.

Come riporta il De Salve, la costruzione della torre fu assegnata, con atto del 19 agosto 1582, a Mario Schero di Lecce in seguito ad una lunga trafila di bandi e offerte per l’aggiudicazione e spartizione degli appalti di più torri. Riporta il Cosi (1989) “Al bando fatto in Napoli, verso la metà del 1582, per la costruzione delle torri: Specchiulla, S. Giovanni de la Pedata, fra Saturo e Capo S. Vito (Lama), Fiumicelli di Otranto, Venneri e S. Caterina, partecipa il maestro Martino Cayzza con l’offerta di 90 ducati d’incanto. La R. Camera ordina a Ferdinando Caracciolo Governatore di Terra d’Otranto di rinnovare l’asta per ottenere una migliore offerta.”

In un successivo documento del 15 febbraio 1584, lo Schero reclama, dalla Regia Camera, quanto gli spetta per il lavoro già eseguito e approvato dal Regio Ingegnere provinciale Paduano Schero.

La torre viene indicata in quasi tutta la cartografia antica a partire dal XVI secolo, inizialmente col nome di “Torre della punta dello Specchio”. Agli inizi del XIX secolo risultava in buono stato e nel 1842 era ancora in uso alla Guardia Doganale.

Recentemente ha subito un restauro che ne ha consolidato la struttura ma che ha anche snaturato la torre, eliminando alcuni importanti segni delle sue origini.

Dalla rivista La Zagaglia (1964)
Carlo Carrisi, Instagram (2017)

La struttura

Torre Specchiolla, come detto, è una torre tipica del Regno, dunque caratterizzata da una base quadrata, corpo scarpato e coronamento in controscarpa. Gli spigoli sono costruiti con materiale squadrato mentre le pareti sono realizzate con pietrame irregolare. La torre presenta dodici caditoie, tre per lato. Dall’appoggio dei barbacani in su è stato tutto ricostruito e, in lato mare, sono state realizzate due grandi aperture, una porta e una finestra. Originariamente, al piano terra vi era una cisterna. Al primo piano vi era il vano agibile al quale si accedeva tramite scala o ponte levatoio.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/NJMicYCatgoYX4rZ7

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Tricarico, G. (2020). Le fortificazioni litoranee di Terra d’Otranto: una panoramica sulle torri costiere della provincia di Lecce.

Torre Chianca (Lecce)

Nel di Comune di Lecce, nell’omonima località, sorge Torre Chianca a 20 metri dal mare e a un’altitudine di due metri. Il rudere è oggi in stato di abbandono.

Vito Pezzuto (2020).

Torre Chianca, da non confondere con l’omonima torre nel comune di Porto Cesareo, comunicava visivamente a sud con Torre Veneri e a nord con Torre Rinalda. È la prima torre a base circolare grande della provincia di Lecce muovendosi da nord a sud. Il rudere domina questo tratto di litorale roccioso basso e ha dato il nome alla rinomata località turistica.

La Storia

L’edificazione fu assegnata a Nicola Saetta di Lecce, come si apprende da un documento del 2 ottobre 1567, che riporta dei 200 ducati che lo stesso ricevette dalla Regia Camera per la costruzione di questa torre (assieme ad altre due, tra cui Torre Rinalda).

Viene citata in alcuni documenti e in tutta la cartografia antica, dal XVI secolo, con il nome di “Torre di porto della Chianca” (chianca, nel dialetto locale, significa lastra di pietra) e nel 1569, secondo gli Elenchi dei Viceré, era giá stata costruita. Venne censita in buono stato nel 1825 (Primaldo Coco) e risultava ancora in uso alla Guardia Doganale nel 1842. Durante la Seconda Guerra Mondiale è stata utilizzata come postazione di artiglieria (De Salve).

Vito Pezzuto (2020)

La Struttura

Il grande rudere, che tuttora si erge sulla bassa scogliera, mostra il basamento scarpato (di diametro 12 m) raccordato ad un frammento verticale del paramento del piano agibile. La porta levatoia d’accesso al piano agibile, in lato monte, si percepisce ancora, nonostante il degrado più aggressivo qui localizzato.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/h7s1ugT4DrM9Adhy5

Bibliografia:

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Torre Veneri

Nel Comune di Lecce in località Frigole, si erge Torre Veneri a pochissimi metri dal mare. Il rudere è in stato di abbandono.

Gaetano Andriani de Vito, Instagram

Torre Veneri comunicava visivamente a sud con Torre San Cataldo e a nord con Torre Chianca. Si trova in un bellissimo tratto di litorale sabbioso ancora incontaminato, nei pressi di una vasta area utilizzata per l’addestramento militare.

La Storia

Dopo una lunga successione di offerte per la costruzione di più torri, rinnovi di gara della Regia Camera e ribassi dei vari partecipanti, la costruzione di Torre Veneri, a seguito della definitiva spartizione degli appalti, fu assegnata, con atto del 19 agosto 1582 al leccese Alessandro Saponaro. L’edificazione di questa torre, peró, secondo Onofrio Pasanisi, nel 1608, non era ancora stata completata. In alcuni documenti e nella cartografia antica compare dal XVII secolo, col nome di “Torre di Manasca” (De Salve). Nel tempo ha subito un lungo processo di degrato dovuto al suo stato di abbandono.

Alessandro Protopapa, Facebook
Dal sito del Quotidiano di Puglia

La Struttura

Torre Veneri è una torre atipica, a base quadrata e presenta caratteristiche simili alle torri edificate dallo Stato della Chiesa, integrate con quelle delle masserie fortificate dell’entroterra salentino.

“L’importante rudere, scampato all’oblio, è ancora in condizioni di recupero. Il corpo quadrangolare scarpato (11 m per lato), quasi completo nella parte alta, continua oltre il toro di coronamento (completamente leggibile) con un parapetto verticale parzialmente in rovina. Molto degradati, su tutto il perimetro, i paramenti al piano terra, con accesso in rottura in lato monte (sotto l’originaria porta levatoia) e la fondazione scoperta in lato mare” (De Salve).

Costruita su due piani, presenta al pian terreno una cisterna e una scala in pietra che conduce al primo piano. Quest’ultimo, con volte a crociera conserva ancora l’antico camino e una scala che conduce al terrazzo.

Giovanni Cosi (1989)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/GPpN5sPb2gUUf3kp7

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

365 Giorni nel Salento (2020). Torre Veneri. Sito web.

Torre San Foca

Nel Comune di Melendugno nell’omonima località si erge torre San Foca, a 15 metri dal mare e a un’altitudine di 5 metri. La torre fu restaurata ed è oggi utilizzata dalla Capitaneria di Porto.

Fabio Protopapa (2014)

Torre San Foca comunicava visivamente con Torre Roca Vecchia a sud e con Torre Specchia Ruggeri a nord. Un tempo sorgeva isolata, oggi domina il grande porto turistico e peschereccio dell’omonima marina. Nel territorio di Melendugno, Torre San Foca è l’unica ad aver ricevuto un restauro recente, che permette una visione unitaria dell’edificio, a differenza di Torre Roca Vecchia e Torre dell’Orso, compromesse dall’erosione del vento.

La Storia

Torre San Foca, conosciuta anche come “Torre di San Fucà” o “di Capo di Sapone”, fu costruita nel 1568 dal maestro Antonio Saponaro di Lecce, come risulta dal seguente documento del 2 ottobre 1567 riportato da Giovanni Cosi (1989): “Il maestro Antonio Saponaro di Lecce, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito dal Governatore provinciale il 27 dello stesso mese, il 2 ottobre 1567 riceve dal Percettore provinciale 150 ducati a buon conto per la costruzione della torre nella marina di Acquarica di Lecce, in luogo detto Sapone e della torre nella marina di Otranto in luogo detto Fiumicelli.”

“Il maestro Antonio Saponaro, l’8 giugno 1568, costituisce suo procuratore Marcello Buttazzo per la riscossione degli acconti dovutigli dalla R. Corte per la costruenda torre Santa Focà alias Sapone.” (Cosi, 1989).

“Angelo Candido, procuratore dell’Università di Melendugno, il 25 settembre 1576, riceve dal sindaco di Lecce, Gaspare Maremonte, un pezzo di artiglieria della portata di 2 libbre di palla, lungo 7 palmi, del peso di 2 cantare e 73 rotoli, e 100 palle di ferro, per armamento della torre di S. Foca.” (Cosi, 1989).

Torre San Foca è indicata da tutta la cartografia antica a partire dal XVI secolo, è presente negli Elenchi dei Viceré già nel 1569. Fu censita in buono stato nel 1825 e risultava ancora in uso nel 1842 dalla Guardia Doganale. La torre è stata restaurata alla fine del XX secolo ed ospita oggi gli uffici della Capitaneria di Porto. Il suo restauro però è stato considerato da molti come “invasivo”, ovvero fatto con criteri discutibili che contrastano con il metodo di restauro conservativo.

Torre San Foca prima del restauro.

La Struttura

La torre di San Foca rientra nella categoria di torri tipiche del Regno, a base quadrata e con corpo troncopiramidale, formata da due piani sovrapposti voltati. Il piano terra era utilizzato come cisterna mentre il piano superiore era costituito dal vano agibile. La muratura esterna, in conci regolari di tufo, è lievemente scarpata. Il restauro ha cancellato molte delle tracce delle origini.

Come detto, si accomuna alle torri tipiche del Regno, ma manca la controscarpa alle piombatoie. Queste, tre per lato, sono ricavate in spessore di muro, nel corpo quadrangolare scarpato, come nella gemella Torre dell’Orso (De Salve).

Fotografando Lecce e il Salento, Facebook

Dove si trova: https://goo.gl/maps/Ypp4nQuM8bSVhSrGA

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Torre Vado Info (2020). Torre San Foca. Sito Web.

Visit Melendugno (2020). Torre di San Foca. Sito Web.

Wikipedia (2020). San Foca (Melendugno). Sito Web.

Torre Fiumicelli

Nel Comune di Otranto in località spiaggia degli Alimini si erge Torre Fiumicelli. Il rudere in stato di abbandono versa in condizioni critiche, raggiunto dalle onde del mare.

Torre Fiumicelli prima dei crolli del 2020 (foto di Fabio Protopapa 2016)

Torre Fiumicelli comunicava visivamente a sud con Torre Santo Stefano e a nord con Torre Sant’Andrea (oggi scomparsa). Torre Fiumicelli si trova a pochi chilometri a nord di Otranto, in località Laghi Alimini. Lungo questo tratto costiero, alte falesie lasciano il posto ad una spiaggia sabbiosa lunga più di 6 km, bordata verso l’interno da un cordone dunare. Come vedremo, la torre fu spesso data per crollata anche da importanti studiosi, Mastronuzzi e Sansò (2014) ne conducono un importante studio del quale riporteremo alcune informazioni. Il loro studio si concentra sulla profonda erosione che ha caratterizzato negli ultimi decenni la spiaggia e che ha messo in serio pericolo il rudere. Purtroppo, nonostante le innumerevoli segnalazioni, non è stato fatto nulla per recuperare la torre che nel 2020 ha subito danni irreparabili.

La Storia

Simbolo della rinascita di Otranto dopo la liberazione dai turchi, il monumento fu edificato dal 1582, sotto l’incarico dell’allora governatore della Terra d’Otranto, Ferdinando Caracciolo per contrastare le invasioni dei Turchi pronti con le loro scorribande a insidiare la città dopo l’assedio del 1480. Martino Cayzza di Lecce fu l’esecutore designato della torre.

L’analisi della cartografia storica permette di comprendere la ragione del nome della torre (Torre del Fiumicello, Torre dei Fiumicelli, Torre Fiumicelli). Nella cartografia, infatti, è riportata la presenza a ridosso della fascia costiera di un’ampia palude connessa con la linea di riva per il tramite di un breve corso d’acqua.

“L’analisi della cartografia storica evidenzia come la posizione della torre sia indicata nella carta di Cartaro (1613, in figura in alto a destra), nella carta del De Rossi (1714, in figura in alto a sinistra), nella carta del De Bargas Machuco (1743), nell’Atlante Marittimo del Rizzi-Zannoni (1785), nell’Atlante Sallentino di Pacelli (1807), nell’Atlante Geografico del Rizzi-Zannoni (1808), nella Carta delle Province Continentali dell’ex Regno di Napoli (1822), nella carta di cabotaggio (1834), nella carta topografica dell’ITMI (1877). E’ interessante notare come già in una carta anonima realizzata nel 1785 la torre venga indicata come diruta. La non facile identificazione della torre sul terreno è testimoniata dalla sua assenza nelle carte del Magini (1620), del Blaew (1631-1635), del Bulifon (1734), del Marzolla (1851) nonostante siano costantemente riportate le torri limitrofe (Torre dell’Orso e Torre Sant’Andrea a nord-ovest, Torre Santo Stefano a sud-est, tutte ubicate in prossimità del ciglio di falesie)” (Mastronuzzi & Sansò, 2014).

Da notare infine che Torre Fiumicelli non compare nelle tavolette IGM in scala 1:25000 del 1948, né nella cartografia IGM in scala 1:50000 del 1987. Torre Fiumicelli viene data per distrutta dagli studiosi che hanno sin qui realizzato cataloghi delle torri costiere costruite lungo le coste della penisola salentina (per es. Faglia et al., 1978; Cosi, 1992). Vittorio Faglia (1978) nel fondamentale catalogo delle torri di difesa costiera di Terra d’Otranto ne conferma la distruzione e ne desume la presenza solo sulla base dei dati storici. Il Cosi (1992) riporta una serie di documenti inediti che rivelano come la costruzione della torre fosse stata appaltata per la prima volta nel 1567 e poi nuovamente nel 1582; nel 1596 la torre risulta ancora in costruzione. Anche questo autore non individua la posizione della torre sul terreno riportando una sua probabile posizione geografica in coordinate metriche e a 5 metri di quota. Il De Salve la segnala “non costruita” nella sua lodevole pubblicazione del 2016. Eppure esiste, la Ferrara la include nel suo libro del 2009.

Torre Fiumicelli “conserva” oggi solo il piano terra che ospita una cisterna voltata a botte. La torre si presenta ubicata in corrispondenza della battigia e con il piede sommerso dai sedimenti di spiaggia. Il moto ondoso ha raggiunto solo da qualche anno lo spigolo Nord Est della torre a causa degli intensi fenomeni erosivi che stanno interessando il litorale.

Fu subito evidente che il mare gradualmente stesse iniziando ad avvicinarsi sempre di più alla torre ma le segnalazioni non furono ascoltate. Nei mesi di gennaio, marzo e aprile 2020 ci sono stati dei crolli che hanno devastato il rudere. La notizia fu riportata da diverse testate giornalistiche tra cui il Nuovo Quotidiano di Puglia e LeccePrima. “Il Comune di Otranto, nel novembre 2017, ha segnalato lo stato di pericolo del monumento a tutti gli enti interessati. In quel caso era arrivata la risposta della Soprintendenza che, nel dicembre 2017, ha inserito la torre tra i monumenti considerati in pericolo. Rischio crollo, insomma. Appelli, lettere, atti di tutela che, però, sono rimasti lettera morta. Inviati e protocollati, ma senza produrre misure concrete. Nè una rete di protezione, nè un’azione di puntellatura. Niente di niente. Nonostante le occasioni rappresentate anche da bandi di varia natura per le torri o il litorale da valorizzare. Nonostante le stime del Comune non portino a cifre impossibili: servirebbero circa 150mila euro per restauro, protezione e messa in sicurezza. Prima che il mare si porti via tutto. Quello che neanche i Turchi riuscirono a fare.” (Nuovo Quotidiano di Puglia, 11 Gennaio 2020).

Mastronuzzi & Sansò, 2014
Francesco Pio Fersini (2018)
LeccePrima, 8 Aprile 2020, in seguito al crollo che ha danneggiato ulteriormente il rudere.

La Struttura

Torre Fiumicelli rientra nel gruppo delle torri troncopiramidali a base quadrata. L’altezza di queste torri si aggira intorno a 12 metri con la misura del lato di base esternamente di 10 o 12 metri. Il piano terra ospitava una cisterna alimentata dalle acque di pioggia convogliate dal terrazzo mediante una canalizzazione ricavata nello spessore della muratura. La volta a botte della cisterna sosteneva il vano abitabile della torre con ingresso sopraelevato da 3 a 5 metri circa, cui si accedeva per mezzo di una scala a pioli retraibile. Al terrazzo si accedeva per mezzo di una gradinata ricavata nello spessore della muratura, preferibilmente sul lato a monte, meno esposto alle offese provenienti dal mare. Un buon esempio di questo tipo di torre è rappresentato da Torre S. Foca.

In particolare, Torre Fiumicelli è costruita con conci (dimensioni 29x29x45 cm) ricavati dalle tenere calcareniti plioceniche affioranti diffusamente nell’area. La torre ha base quadrangolare di 10.5 m di lato. La torre conserva soltanto il piano terra, occupato da un ambiente voltato a botte, probabilmente una cisterna come suggerisce una canalizzazione presente lungo lo spesso muro perimetrale. Il punto più alto della torre è posto a 8 metri sul livello medio del mare. Torre Fiumicelli è posta in corrispondenza della linea di riva e presenta il piede al di sotto del livello del mare. La torre è parzialmente ricoperta da un potente cordone dunare oggi in forte erosione.” (Mastronuzzi & Sansò, 2014).

Il recente crollo ha reso ben visibile la volta a botte che caratterizza quella che un tempo era la cisterna al piano terra.

Alessandro Fersini (2021)

Quotidiano di Lecce del 17 Marzo 2020

Dove si trova: https://goo.gl/maps/vTJPBFXfepTs1G1cA

Bibliografia:

LeccePrima (2020). La torre “Fiumicelli” continua a crollare, avviso di pericolo della capitaneria. Link: https://www.lecceprima.it/cronaca/la-torre-fiumicelli-continua-a-crollare-avviso-di-pericolo-della-capitaneri.html

Mastronuzzi, G. & Sansò, P. (2014). Torre Fiumicelli (Otranto) e l’evoluzione storica del litorale adriatico salentino. Link articolo: http://www.gnrac.it/rivista/Numero22/Articolo10.pdf

Nuovo Quotidiano di Puglia (2020). Prima le falesie, ora l’antica torre: nuovo crollo, allarme ignorato.

Torre Santo Stefano

Nel Comune di Otranto, in località Baia dei Turchi, si ergeva Torre Santo Stefano a 30 metri dal mare e a un’altitudine di 13 metri. Il rudere, quasi del tutto scomparso, si trova all’interno di una proprietà privata.

Vittorio Faglia (1975)

Torre Santo Stefano comunicava un tempo a sud con le fortificazioni di Otranto e a nord con Torre Fiumicelli. Si ergeva molto vicina al mare e dominava la splendida Baia dei Turchi. Purtroppo, quasi del tutto scomparso.

La Storia

L’edificazione della torre risale al 1567, a conferma, in un documento del 9 settembre dello stesso anno, Paduano Baxi di Lecce riceve 100 ducati per la costruzione della Torre di Santo Stefano. Questa, esistente nel 1569, secondo gli Elenchi dei Vicerè, è indicata da molti documenti e in tutta la cartografia antica dal XVI secolo in poi, inizialmente come “Torre del porto di Santo Stefano” e poi “Torre di Santo Stefano”.

Giovanni Cosi (1989) riporta i seguenti documenti dall’Archivio di Stato di Napoli:

“Il maestro Paduano Baxi di Lecce, in virtù di lettere spedite dalla R. Camera il 9 settembre 1567 (In litterarum Curie 40 N. 207) e di mandato spedito il 27 dello stesso mese dal Governatore provinciale, il 3 ottobre 1567 riceve dal Percettore 100 ducati a buon conto per la costruzione della torre di S. Stefano.”

“Il procuratore della città di Otranto Geronimo Centoarti, il 3 ottobre 1576 riceve dal sindaco di Lecce Gaspare Maremonte un pezzo di artiglieria detto mezzo falconetto, della portata di 2 libbre, lungo 6 palmi e mezzo, del peso di 2 cantare e 68 rotoli e 100 palle di ferro, per armamento della torre.”

“Il sindaco di Specchia dei Galloni Felice Notarpietro, il 7 febbraio 1604 rilascia procura a Giovanni Angelo Vitale U.I.D. per farsi rimborsare dalla R. Camera quanto l’Università ha pagato, per più mesi ed anni, ai cavallari della Torre, come da dichiarazioni del sopra-custode Nicola Suarez e da ricevute degli stessi cavallari.”

La torre risultava in buone condizione nel 1825, tanto da essere ancora utilizzata nel 1842 dalle Guardie Doganali. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu danneggiata. Il definitivo crollo avvenne alla fine del XX secolo quando la torre, custodita all’interno di un villaggio turistico, fu abbandonata a se stessa senza che nessuno si occupasse dei necessari interventi.

Cronologia:

1569: Esistente secondo l’Elenco del Vicerè.
1575: Torriero Caporale Mandossino Francesco.
1582: Torriero Caporale Palma Cristoforo.
1655: Torriero Caporale De Fuentes Pedro.
1697: Torriero Caporale Giannocculo Francesco Antonio.
1777: Custodita dagli Invalidi (associazione).
1825: Censita in buono stato.
1842: In uso dalle Guardie Doganali.
1945: Risulta danneggiata durante la guerra.
1975: Censita da Vittorio Faglia (foto in alto).
Anni 2000: Cumolo di macerie.

Nell’immagine a sinistra (Vittorio Faglia, 1975) si nota un importante dettaglio dell’interno della torre, con scala e finestrelle feritoie. L’immagine al centro raffigura il rudere prima del crollo definitivo. A destra infine, le rovine della torre come appaiono ai nostri giorni.

La Struttura

La torre fu descritta nel seguente modo nel 1975, quando ancora il rudere era in discrete condizioni: “Rimangono in piedi solo due spigoli contrapposti della torre: monte-costa sud e mare-costa nord. Il primo moncone è il più interessante. Base tronco-piramidale con cordolo marcapiano e corpo parallelepipedo di un piano. Coronamento distrutto. Rimane ben sezionata la muratura a corsi anche interni regolari e una scaletta interna in luce. All’esterno la costruzione è in blocchi regolari di carparo. Due finestrelle originali il lato costa sud” (Vittorio Faglia).

Torre Santo Stefano, a base quadrata, presentava caratteristiche simili alla torri edificate dallo Stato della Chiesa, integrate con quelle delle masserie fortificate dell’entroterra. Quasi del tutto scomparsa e nascosta dalla vegetazione, sono rimaste tracce del basamento scarpato e del piano agibile verticale, oltre ad indistine macerie dalle quali si percepisce la grandezza della torre in origine.

Le successive foto d’epoca sono tratte dal libro di Giovanni Cosi (1989) indicato in bibliografia.

Il modesto rudere oggi:

Dove si trova: https://goo.gl/maps/AfXdYU5KXQbMfe2E8

Bibliografia:

Cosi, G. (1989). Torri Marittime di Terra d’Otranto. Galatina: Congedo Editore.

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Torre del Serpe

Nel Comune di Otranto, nell’omonima località si erge Torre del Serpe a 200 metri dal mare e a un’altitudine di 35 metri. Il rudere fu recuperato ed è di proprietà comunale.

Antico faro, poi utilizzato come torre costiera, Torre del Serpe è un simbolo della Città di Otranto. Comunicava a nord con le fortificazioni della città e a sud con la vicina Torre dell’Orte. Si erge in uno scenario incantevole ancora incontaminato a sud di Otranto.

La Storia

Torre del Serpe si ritiene edificata in epoca romana. Fu un faro ad olio di grande importanza, punto di riferimento per gli innumerevoli navigli che approdavano nel porto dell’antica Hydruntum. Questa sua funzione la vide protagonista per lungo tempo. Nel XIII secolo, l’imperatore Federico II volle restaurare il faro in seguito ad un potenziamento strategico che coinvolse l’intero territorio.

In seguito alla Battaglia di Otranto del 1480 e all’eccidio deglio 800 martiri, il Regno iniziò la sua grande opera di costruizione di una ininterrota serie di torri costiere. Questo proggetto, oltre a prevedere la costruzione di molte nuove torri, riteneva che le vecchie torri di epoche precedenti fossero acquisite, restaurate ed integrate nella fitta rete di sentinelle. Torre del Serpe era una di queste. Questo giustifica la sua presenza negli Elenchi del Vicerè del 1569 (indicata col nome di “T. di capo Cocorizzo”).

La torre è indicata solo in parte della cartografia antica. Nel 1648 nella carta di Johannes Janssonius porta il nome di “Torre Cocorizzo”. Il nome Torre del Serpe compare solo nella cartografia più moderna. Il nome, legato alla leggenda verrà spiegato successivamente.

Torre del Serpe è costantemente presente nell’iconografia e nell’immaginario collettivo di Otranto, tanto da essere inclusa nello stemma della città. Fu restaurata intorno al 1997, ma le modalità dello stesso hanno comportato un completo snaturamento della torre.

Torre del Serpe, fotografata da Giuseppe Palumbo nel 1923 e disegnata da Primaldo Coco nel 1930.

Torre del Serpe prima del restauro (1919 e 1990 ca.)

La torre prima e dopo il restauro a confronto.

La Struttura

Della torre alta e cilindrica rimane un imponente rudere che vagheggia la forma e le sembianze di una vela posta al di sopra dell’originario zoccolo scarpato, anch’esso consolidato e in parte ricostruito. La sua porzione muraria superstite, in lato mare, conserva ancora visibili alcune feritoie. Un basamento di questo tipo era necessario per dare una maggior superficie di appoggio alle murature che si ergono in altezza. Il diametro del cilidro misurava circa sei metri.

Leggenda e Curiosità

Lo stemma della Comune di Otranto raffigura una torre intorno alla quale scivola un serpente nero. La torre a cui si fa riferimento è senza dubbio Torre del Serpe.

La parte inferiore dello stemma reca la scritta “Civitas Fedelissima Hydrunti”, la fedelissima città di Otranto. Analizzare la simbologia presente nello scudo non è stato facile e tuttora vi sono pareri discordanti, ma ciò che è certo è il fatto che essa derivi da un accadimento fantastico conservato gelosamente nella memoria popolare e tramandato oralmente nel corso del tempo:

Si narra che la torre, in passato, fosse un faro a guardia del quale vi erano dei soldati. Una notte, mentre le sentinelle dormivano, un serpente salì dal mare. Entrato nella torre e, raggiunta la lampada che illuminava i naviganti, bevve tutto l’olio che conteneva, facendola spegnere. E’ proprio questo il motivo per cui la gente chiamò la costruzione “Torre del serpente”.

Tale leggenda contiene alcune verità. Secondo alcuni, la torre, edificata in età imperiale per favorire i traffici via mare, rappresenterebbe la città. La lampada ad olio, invece, raffigurerebbe l’abbondanza dell’entroterra. Il serpe ghiotto di olio ci ricondurrebbe agli scali orientali e italiani che importavano il prezioso nettare.

Antonio Ciatara diede una sua interpretazione in merito alla questione. Egli affermò che il serpente fosse il simbolo della prudenza, riconducibile alla dea Minerva, della quale era il sacro animale. La torre per lui era l’incarnazione del grande coraggio dimostrato dagli otrantini nell’assedio saraceno del 1480. Per Luigi Maggiulli, invece, il faro simboleggerebbe il primo bagliore della fede che, da Otranto, si diffuse poi nel mondo pagano. Difatti, dal mito si evince che questa città fu la prima in Occidente ad accogliere san Pietro. Tante le interpretazioni, diversi gli studiosi che hanno cercato di dare un significato allo stemma di Otranto, ma ancora molti rimangono gli interrogativi a cui dare una risposta.

Altre versioni:

Un’antica leggenda racconta di un serpente che ogni notte saliva dalla scogliera per bere l’olio che teneva accesa la lanterna del faro. Ad un certo punto gli abitanti di Otranto tesero un’imboscata al mostro uccidendolo e la compagna del serpente, saputolo, salì sulla torre, si avvolse attorno e la strinse fino a distruggerla.

Un’altra leggenda narra che pochi anni prima della presa di Otranto nel 1480, i Saraceni si erano diretti verso la città salentina per saccheggiarla, ma anche in quell’occasione il serpente, avendo bevuto l’olio, aveva spento il faro. I pirati senza punti di riferimento passarono oltre e attaccarono la vicina Brindisi.

Foto di Alessandro Fersini (2020)

Dove si trova: https://goo.gl/maps/xB4wpyTGVmrSXZoVA

Bibliografia:

Coco, P. (1930). Porti, Castelli e Torri Salentine. Roma: Istituto di Architettura Militare.

Comune di Otranto (2020). Stemma. Link: https://www.comune.otranto.le.it/vivere-il-comune/territorio/stemma

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Musei Online (2020). Torre del Serpe. Link: https://www.museionline.info/tipologie-museo/torre-del-serpe

Wikipedia (2020). Torre del Serpe. Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_del_Serpe

Torre dell’Orte

Nel Comune di Otranto in Località Baia dell’Orte si erge Torre dell’Orte a 100 metri dal mare e a un’altitudine di 35 metri. Il rudere è in proprietà privata ed è in fase di restauro.

Torre dell’Orte comunicava visivamente a nord con la vicina Torre del Serpe e a sud con Torre Palscìa, oggi scomparsa. Si trova in una splendida posizione, sulla scogliera a sud di Otranto e domina l’omonima baia.

La Storia

Esiste un documento che cita Cesare D’Orlando, Tommaso Vangale, Cola D’Andrano e altri compagni di Otranto, come incaricati della costruzione di Torre dell’Orte. Indicata da alcuni documenti e da quasi tutta la cartografia a partire dal XVII secolo, anche col nome di “Torre dell’Horto”. Nel 1608 risultava ancora in costruzione.

Alcuni studiosi, in primis il Faglia, esprimono qualche dubbio sulla contemporaneità con le altre torri del Regno, sia per la sua atipicità, sia per l’immediata e ingiustificata prossimità a Torre del Serpe. La massiccia struttura infatti, la accomuna di più ad una casamatta. Più plausibile che fungesse da avamposto per la difesa della tormentata città di Otranto, che semplice torre d’avvistamento.

Già alla fine del XVIII secolo, ancora vigilata dall’ultimo torriere, la torre risultava in avanzato stato di degrado. Nel 1826, con la definitiva scomparsa dei pericoli che l’avevano resa necessaria, fu abbandonata per poi essere incorporata all’interno di una masseria di cui fungeva da magazzino. Oggi risulta in proprietà privata e sono in corso dei lavori di restauro.

Foto di Fabio Protopapa (2014).

La Struttura

Torre atipica, è caratterizzata da un basso e massiccio corpo quadrangolare scarpato, di 16 metri per lato e presenta un accesso in lato monte. La torre è interamente costruita in carparo, con spigoli rinforzati da bugne dello stesso materiale.

La completa al piano del terrazzo, un basso parapetto definito da toro continuo. In origine quest’ultimo aveva la funzione di facilitare il piazzamento e la movimentazione delle artiglierie lungo tutto il perimetro.

Dove si trova: https://goo.gl/maps/W5ijRpKSCWkFU1xh9

Bibliografia:

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Faglia, V. & Bruno, F. (1978). Censimento delle Torri Costiere nella Provincia di Terra d’Otranto. Roma: Istituto Italiano dei Castelli.

Ferrara, C. (2009). Le Torri Costiere della Penisola Salentina. Sentinelle di Pietra a Difesa del Territorio. Castiglione: Progeca Edizioni.

Museo Italia (2020). Torre dell’Orte. Link: https://www.museionline.info/tipologie-museo/torre-dell-orte

Wikipedia (2020). Torre dell’Orte. Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_dell%27Orte

Torre Sabea

Nel Comune di Gallipoli, nella località di Rivabella, si erge Torre Sabea, a circa 50 metri dal mare, ad un’altitudine 3 metri. Restaurata ed in concessione a privati.

Dal sito: Corte del Salento

A circa cinque chilometri da Gallipoli, al centro della grande insenatura a settentrione, si può ammirare Torre Sabea, posta nelle immediate vicinanze del mare. Segnalata nella cartografia inizialmente come “Torre della Punta di Spea”, “Torre di Sapea” e infine Torre Sabea, dai Gallipolini è conosciuta come “La Vecchia Torre”. Comunicava visivamente a sud con le fortificazioni di Gallipoli e a nord con Torre dell’Alto Lido.

La Storia

L’edificazione della torre fu assegnata nel 1568 al leccese Marco Bacci. Una volta stabilito che la costruzione doveva essere realizzata secondo il progetto del Regio ingegnere Giovanni Tommaso Scala.

Molto probabilmente la sua costruzione fu decisa durante la visita in Terra d’Otranto del Presidente della Regia Camera, Alfonso Salazar, accompagnato dal regio ingegnere Ettore Scala e fu terminata entro l’estate del 1569. Torre Sabea è riportata negli elenchi delle torri fatti dal Mazzella (1586 e 1601) e da Bacco Alemanno (1609); come pure è sempre presente nella cartografia del ‘600. Nei documenti di Gallipoli troviamo questa descrizione: “La città di Gallipoli per la parte della sua marina di tramontana tiene una torre chiamata la Sapea distante tre miglia dalla città”. La medesima fonte ci informa che la responsabilità della torre, come anche della vicina costa, fu sempre di competenza dell’Università di Gallipoli col contributo però dei paesi convincini. Un dispaccio, redatto a Lecce il 10 dicembre 1569, si assicura che in quella data la Torre Sabea era quasi pronta all’uso:
“Magnifico Percettore della nuova città di Otranto Gian Bonori, a noi è stata presentata la sottoscritta fede che l’architetto delle torri e città di Terra d’Otranto e di Bari è Paduano Schiero, regio responsabile in questa provincia, facemmo fede per la spesa fatta per il Magnifico Silvio Zaccheo sindaco della città di Gallipoli in la Torre dei Sapea, sita nel territorio di detta città per la scala, porte, finestre e serratura, quale ispesa somma ducati 8 e grana dudici e mezzo”. Infine il Sindaco di Gallipoli, in data 3 gennaio 1570, conferma che, secondo quanto stabilito, furono effettuati i lavori per la torre Sabea la cui somma ammontava a ducati otto e grana dodici e mezzo.


Torre Sabea divenne effettivamente funzionante nella primavera del 1570. Da quel momento in poi il presidio militare fu in grado di vigilare il tratto di mare antistante e di segnalare alla città di Gallipoli l’arrivo di navi battenti bandiera turca o corsara.

Nel 1820 la torre era in abbandono ed in pessimo stato, anche se sul terrazzino vi era ancora un cannone di ferro con calibro 3. Agli inizi del nostro secolo la torre subì alcune modifiche nel suo interno.

Nel 1974 fu definitivamente restaurata per interessamento di Angelo Mollone e su perizia di Vittorio Faglia. Attualmente Torre Sabea è in concessione alla famiglia Mollona Magno.

La Struttura

La torre rientra nella classificazione di torre tipica del regno. A pianta quadrata, (9,40 metri per lato), corpo quadrangolare scarpato, coronamento controscarpato definito da toro continuo sulle tre piombatoie per ogni lato e parapetto ricurvo verso il terrazzo di copertura. Conserva due finestrelle originarie sui lati costa. In lato monte, in corrispondenza della originaria porta levatoia al piano agibile, nel corso di un restauro della fine del XIX secolo, venne aperto un nuovo accesso che attraversa lo spessore del basamento (tutt’ora utilizzato). Probabilmente, durante questo stesso restauro, alla garitta, a filo del parapetto in lato a monte, è stato aggiunto un piccolo vano. Nell’ultima apprezzabile restaurato del 1974 di Vittorio Faglia, invece un altro accesso è stato aperto in lato costa-nord. Prima del restauro, la parete sud dell’edificio aveva subito un crollo probabilmente dovuto ai venti di scirocco.

Planimetria del Leopizzi (vedesi bibliografia)

La Leggenda

Una triste leggenda avvolge Torre Sabea. Si racconta che nel 1500, periodo continuamente funestato da assalti di pirati, le torri costiere venissero sorvegliate da schiere di soldati opportunamente addestrati, soldati chiamati torrieri. Si narra che tra questi torrieri, il cui compito era quello di difendere l’antica torre, vi fosse un giovane di bell’aspetto, Flavio, il quale era perdutamente innamorato di Florilanda, divenuta anche sua sposa, giovane gallipolina di grande bellezza ma di povere origini. La leggenda narra che nel giorno di Pentecoste (detto anche Pasqua delle Rose) la giovane sposa, dettata dall’ardente desiderio di rivedere anche solo per pochi istanti il proprio sposo di stanza alla Vecchia Torre, insieme ad alcune compagne raggiunse la torre e si unì al suo amato in un appassionato abbraccio, lasciandosi andare alla passione. Poiché, nonostante i richiami delle amiche Florilanda non tornava, al calar del sole le compagne presero da sole la via del ritorno. Quando Florilanda si svegliò in piena notte, volle rientrare in città ma a causa del buio della notte perse la strada e decise di ritornare alla torre da Flavio. Lo sposo, di guardia alla torre, insospettito dal rumore e credendo si trattasse di un nemico, corse incontro alla figura trafiggendola con la propria alabarda. Accortosi del tragico e fatale errore, egli posò il corpo esanime della propria amata su una barca ed insieme sparirono in mare, senza fare più ritorno.

Ancora oggi si dice che ogni sera due gabbiani bianchi riposino al riparo della Vecchia Torre per poi spiccare il volo verso l’infinità del mare.

Dal sito Genius Camping Magazine

Dove si trova: https://goo.gl/maps/BuWkKZPAr6Tc8M9eA

Bibliografia:

De Salve, C. (2016). Torri Costiere. La Difesa delle Coste del Salento al Tempo di Carlo V. Galatina: Editrice Salentina.

Genius Camping Magazine (2017). Salento: Gallipoli e la leggenda di Torre Sabea. Sito Web.

Leopizzi, T. (1984). Le torri costiere intorno a Gallipoli. Sito Web.